Discussione:
Quel marxista di nome Mussolini
(troppo vecchio per rispondere)
Amici di Lazzaro
2010-01-26 14:40:04 UTC
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Quel marxista di nome Mussolini
di Maurizio Blondet

Le radici affini di fascismo e comunismo: parla Domenico Settembrini.

«Il Duce non si ispirava a Franco ma a Lenin. Era antiborghese,
anticapitalista e rivoluzionario». «Tutta la cultura politica italiana ha
avversato il pluralismo. E oggi gli eredi delle due ideologie hanno lo
stesso disagio ad accettare l'alternanza».

[Da "Avvenire", 31 agosto 2001]

Mussolini disse nel 1921: «Conosco i comunisti. Li conosco bene perché parte
di loro sono miei figli spirituali». Ed era vero. Tanto che Gramsci, almeno
fino alla svolta di Mussolini dal neutralismo all'interventismo, lo chiamava
«nostro capo».
Scritte nero su bianco dallo storico Domenico Settembrini nel suo saggio
Fascismo controrivoluzione imperfetta, frasi come quelle - rivelanti l'affinità
in radice di fascismo e comunismo - fecero sì che la cultura del Pci
criminalizzasse il libro. Il marxista Paolo Alatri lo accusò di «restituire
una patente di nobiltà» al fascismo. Era il 1978, la cultura comunista era
assolutamente egemone in Italia, e il libro di Settembrini anticipava troppo
le scoperte di De Felice, Nolte e Zeev Sternhell sulle radici marxiste del
fascismo. «Mai aver ragione in anticipo», sorride ora Settembrini: «Non solo
i comunisti mi stroncarono, ma De Felice finì per non recensire il mio
libro, perché la sua idea, allora, era che Mussolini fosse stato un marxista
d'accatto. Io invece ricostruivo la vicenda marxista di Mussolini, e
dimostravo che, tra i politici di allora, pochi conoscevano Marx bene come
lui».
Oggi il suo Fascismo controrivoluzione imperfetta viene ripubblicato
(Edizioni Seam, pagine 500, lire 45.000): e ancora stupisce leggere fino a
che punto Mussolini volle essere marxista.

«Intendiamoci - avverte Settembrini -, era un politico, cioè un pratico. Per
giungere al potere fece tutti i compromessi necessari: con la monarchia, con
il capitale, con la Chiesa. Ma il fascismo ufficiale e conservatore che lui
stesso ha creato, non gli piace. Non vuole diventare un Franco, sogna di
essere un Lenin. Dice frasi come: "Il corporativismo, se è serio, è
socialismo". Si affanna a costruire, nella gioventù, l'"uomo nuovo". E
difatti molti dei giovani fascisti che hanno creduto con sincerità, passano
al Pci, spesso venendo dal combattentismo repubblichino».

È vero: molti fascisti repubblichini diventano comunisti.

«Uno dei più coerenti, Camillo Pelizzi, riconosce a Mussolini un merito
agghiacciante: "aver capito", dice Pelizzi, "che per cambiare il mondo ci
vogliono milioni di morti". Il sogno totalitario di Lenin».

Insomma Mussolini avrebbe voluto essere Lenin?

«Un momento. Al duce va riconosciuto il merito di essere vissuto in questa
contraddizione: resta anticapitalista, è uno dei pochissimi che segue
attentamente le riviste marxiste e l'esperimento collettivista di Lenin in
Urss; proprio per questo, perché sa bene quale disastro è il comunismo in
Russia, vive nella ricerca della "terza via", per evitare i milioni di
morti».

Oggi, le pare che l'idea che il fascismo fu un fenomeno rivoluzionario,
anticapitalista e antiborghese come il comunismo sia passata nel senso
comune?

«Non direi proprio. E basta guardare la condizione dei due partiti che
furono eredi di fascismo e comunismo, ed oggi hanno cambiato panni. An, l'ex
Msi, oggi è al governo, i Ds, ex Pci, oggi all'opposizione. Ma guardi come
entrambi si somigliano nel comune disagio ad accettare fino in fondo la
democrazia liberale. Gli uni devono farsi prestare l'identità da Berlusconi;
gli altri non sanno decidersi tra socialdemocrazia e sovversivismo
anti-istituzionale, a rimorchio degli antiglobal, e non riescono ad
accettare il concetto dell'alternanza».

Questo che cosa significa, secondo lei?

«Che tutta la cultura italiana, fascista o comunista, è stata
rivoluzionaria. E questa eredità non è mai stata superata».

Non esagera?

«No, e veda l'esempio della Spagna: ha avuto una guerra civile enormemente
più sanguinosa della nostra, soffre ancora oggi di un terrorismo basco molto
più grave di quello delle Brigate Rosse, eppure è diventata una normale
democrazia dell'alternanza. L'Italia invece no».

Perché?

«Perché appunto gli intellettuali italiani, la nostra cultura politica, è
stata sempre all'opposizione rispetto a liberalismo e capitalismo. Veda
Norberto Bobbio: sacralizzato come "guru" del liberalismo progressista,
esempio di antifascismo moralistico. S'è scoperto che scriveva lettere a
Mussolini: insomma stava a guardare, era opportunista rispetto al fascismo;
se il fascismo avesse vinto, lui ci si sarebbe adattato».

Errori giovanili, si dice.

"Ben altro che errori. Per decenni, i missini hanno esibito come merito il
fatto di aver combattuto i comunisti. Quanto al Pci, s'è identificato nel
merito di aver "vinto il fascismo" inteso come guardia armata del Capitale,
e poi la Dc "borghese"».

Intende che nessuno dei due ha mai vantato d'aver lottato per il pluralismo?
Ma non c'erano solo quei due sulla scena italiana, c'è stata anche la Dc.

«Ma anche nella Dc c'è l'elemento statalista, antiborghese. Quando s'è
dissolta la Balena Bianca, la sinistra Dc ha rivelato tutta questa
avversione al liberalismo, all'alternanza, al pluralismo. E guardi gli
antiglobal».

Anche loro avversi al capitalismo, ma non comunisti.

«Però sono gli eredi ultimi di Togliatti, senza saperlo. Togliatti ha avuto
la capacità di incanalare nel suo Pci tutto il sovversivismo della cultura
politica italiana, che alimentava anche il fascismo. Togliatti è quello che
chiama i fascisti "fratelli in camicia nera". Per Togliatti la parola
"sovversivo" era una parola positiva. Il sovversivo, per lui, è il
rivoluzionario. Il sovversivismo italiano poi riemerge nel '68, e anche oggi
in certe punte antiglobal».

Conclusione?

«Il vuoto di senso che attanaglia la politica italiana, deriva dal fatto che
le élites intellettuali non hanno mai fatto l'esame di coscienza fino in
fondo. Per i comunisti, o ex, è tragico. Togliatti aveva fatto un uso così
sapiente del mito sovietico, che questo mito era diventato per milioni di
italiani la fede, un surrogato della fede cattolica. Ecco perché a sinistra
c'è tanto vuoto di senso: è caduta la religione. Ad Occhetto non hanno
ancora perdonato di aver liquidato il passato togliattiano. Ma non sono solo
i Ds a non aver fatto l'autocritica. Nemmeno i postfascisti, nemmeno i
cattolici. Nessuno, voglio dire, vuol riconoscere l'elemento comune,
italianissimo, che li unisce al fascismo rivoluzionario, marxista di
Mussolini. Non possono riconoscere questa comune identità, e continuano a
proiettare sull'avversario, in fondo, l'accusa di "aver tradito la
rivoluzione". È questo che rende difficile l'alternanza, in Italia».
--
_________________________
dalla parte dei piccoli e dei poveri
www.amicidilazzaro.it
donquixote
2010-02-03 22:50:31 UTC
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Post by Amici di Lazzaro
Quel marxista di nome Mussolini
"Quel cattolico di nome Hitler", ha commentato
ironicamente qualcuno.
A questa stregua si potrebbe pure dire: "Quel persecutore
di cristiani di nome san Paolo".
Ma è molto meglio dire: "Quel cattolico di nome Mussolini"

Riassumo brevemente le vicende biografico-spirituali del Duce.
Mussolini, da ragazzo, influenzato dall'ambiente romagnolo
nel quale era cresciuto, professava un personalissimo
socialismo anarchicheggiante, e si atteggiava ad ateo
e anticlericale. E' noto l'episodio (che molti imbecilli citano oggi
senza contestualizzarlo, senza cioè ricordare che allora Mussolini
aveva venti anni, e non era fascista, ma socialista-anarchico...)
del giovanissimo Mussolini che in Svizzera partecipò a un pubblico
dibattito con un pastore protestante. A un certo punto della discussione,
estratto esibizionisticamente il "cipollone" dal taschino, affermò:
"Dò a Dio cinque minuti di tempo per fulminarmi: se non lo fa,
significa che non esiste!". Trascorso il tempo stabilito, dichiarò
giubilante, come un novello Prometeo: "Ecco, dopo secoli e secoli
abbiamo la prova inconfutabile che Dio non esiste!"
Si può presumere che il buon Dio, oltre a considerare ridicola
la sfida lanciatagli dal giovane Mussolini, non lo abbia fulminato
antivedendo i meriti che egli avrebbe provvidenzialmente acquisito
nei confronti della Chiesa Cattolica, e il fondamentale ruolo
di "kathecon" che avrebbe svolto nei decenni seguenti.....
Mussolini comunque, a partire dall'inizio degli anni'20,
si è progressivamente riavvicinato prima alla fede, poi
alla pratica religiosa cattolica. Divenne progressivamente
partecipe della fede di suo fratello Arnaldo, la quale,
come ricordò Mussolini commemorandolo dopo la sua
prematura scomparsa, non era la fede "in un Dio generico
che si chiama talvolta, per sminuirlo, Infinito, Cosmo, Essenza,
ma in Dio nostro Signore, Creatore del cielo e della terra,
e nel Suo Figliuolo, che un giorno premierà nei regni ultraterreni
le nostre poche virtù e perdonerà, speriamo, i molti peccati legati
alle vicende della nostra vita terrena."
Un influsso negativo nei suoi riguardi lo esercitò però in seguito
la figura di Hitler, anche dal punto di vista religioso.
Inizialmente Mussolini respinse tale influenza: nell'incontro
che ebbero a Monaco, nel 1937, all'improvviso Hitler gli disse:
"Io sono pagano!".
Mussolini lo scrutò e gli chiese: "Pagano? Come?"
Hitler si lanciò in una dissertazione da enciclopedia popolare
sul paganesimo, e Mussolini tentò di spiegargli che, dopo
la venuta di Cristo, si può essere considerati pagani,
per il proprio comportamento, ma non si può più essere pagani,
in senso religioso; che il paganesimo, oggi, può essere un fatto
"oggettivo", ma non "soggettivo".
La cosa finì lì, ma Mussolini, che era accompagnato da Filippo
Anfuso, continuò a ripetere, di tanto in tanto, nel corso della serata:
"E' pagano! E viene a dire a me che è pagano!
Ma come si fa a essere pagani?"
In realtà Hitler (verso il quale comunque Mussolini mantenne
sempre un atteggiamento personale di diffidenza) finì col far
sentire la sua influenza, e a tale influenza possono essere
ricollegati molti atti e molte affermazioni antiecclesiastiche
e anticlericali del Mussolini di quegli anni (1937-42), che pare
allontanarsi sempre più dalla Chiesa, e indulgere alla tentazione
del niccianesimo e del superominismo, che già lo avevano
affascinato in gioventù.
Il pieno ritorno alla fede cattolica si verificò dopo le vicende
del 25 luglio 1943. Nel periodo della sua detenzione Mussolini
aveva portato con sé il libro dell'abate Ricciotti "Vita di Gesù",
che egli lesse, meditò e annotò.
Appare singolarmente inquietante il fatto che Hitler fece
pervenire proprio in quei giorni a Mussolini prigioniero,
tramite il governo Badoglio, l'"Opera Omnia" di Nietzsche,
quasi come una tentazione diabolica...
Nel periodo della Repubblica Sociale Italiana Mussolini
ritornò compiutamente alla fede cattolica, anche dal punto
di vista della pratica sacramentale.
Tra l'altro, in diverse occasioni, manifestò uno zelo missionario
sorprendente. Ad esempio nei confronti della professoressa
Elsa Omodei, addetta all'Istituto Culturale Italiano di Praga,
che ebbe occasione di colloquiare privatamente con Mussolini
il 28 gennaio 1944.
Quando, nel corso della conversazione, Mussolini apprese
che la Omodei era atea, intraprese con lei una serrata discussione,
e, da provetto catechista, prese l'argomento alla larga, affrontando
dapprima il tema dell'esistenza di Dio e dell'anima in maniera
generale, basandosi sulla filosofia classica, in particolare
su Socrate e Platone, quindi passò più direttamente al tema
specifico della dottrina cattolica, rifacendosi in particolare
a san Tommaso d'Aquino.
La professoressa, tempo dopo, tornò effettivamente
alla fede cattolica, anche grazie al ricordo dell'approfondita
discussione intrattenuta con il Duce.
Per parlare di religione Mussolini a volte interrompeva pure
discussioni inerenti affari di governo, con i suoi ministri,
e anche con i tedeschi.
Il 6 aprile 1945, quando era già iniziata l'offensiva
degli angloamericani, e le forze tedesche stavano ripiegando
verso il Nord, Mussolini lasciò di stucco il colonnello Dollmann,
i cui pensieri in quel momento erano rivolti unicamente alla ritirata
in corso, chiedendogli a bruciapelo nel bel mezzo di una discussione:
"Mi dica, colonnello, lei crede in Dio? Il generale Wolff si!".
Tra l'altro, in precedenza Mussolini aveva fatto distribuire
pubblicamente una immaginetta, il cui testo era stato scritto
da lui stesso: "Gesù Cristo si vede a Betlemme, si conosce a Nazareth,
si ammira sul Tabor, è creduto sul Golgota, si ama attraverso il Vangelo.
E' l'unico vero rivoluzionario, che della sua croce fece leva e bandiera
per sollevare il mondo agli splendori della fede divina.
Io lo vedo come l'asse della storia, e i secoli fluirgli intorno.
Gli uomini si appoggiano alla Croce, e guardano i Suoi occhi
che rischiarano le vie dell'eternità."
Mussolini si confessò sacramentalmente anche il 25 aprile 1945,
con il francescano padre Eusebio (che lo aveva già in precedenza
confessato diverse altre volte) poco prima della sua partenza da Milano.
Il comandante Grossi, che si trovava qual giorno nella Prefettura
di Milano, vide il sacerdote uscire dall'ufficio del Duce.
Padre Eusebio gli disse che Mussolini "si disponeva
ad affrontare la morte con la fede che animò i cristiani
delle catacombe".
Di Mussolini esiste infatti uno scritto, datato 27 aprile 1945,
che appare molto significativo, poiché vergato in prossimità
della morte: "Oggi io perdono a quanti non mi
perdonano e mi condannano condannando loro stessi."
"All'odio smisurato e alle vendette subentrerà il tempo della ragione."
"Se questo è dunque l'ultimo giorno della mia esistenza, intendo
che anche a chi mi ha abbandonato e a chi mi ha tradito, vada il mio
perdono, come allora perdonai al Savoia la sua debolezza."
Già nel 1943 Mussolini aveva lasciato scritto nel proprio
testamento: "Nato Cattolico Apostolico Romano, tale intendo morire."
Ancora oggi tanti ignoranti dicono che Mussolini era scappato
da Milano il 25 aprile "con la sua amante". A parte il fatto
che l'"amante" non era più tale, non esiste storico che ignori
che Mussolini e la Petacci si erano allontanati da Milano
separatamente e indipendentemente l'uno dall'altro, che
furono quindi fatti prigionieri separatamente, e solo
in seguito ricongiunti artatamente e malintenzionatamente,
e poi fucilati insieme, e insieme appesi per i piedi a piazzale
Loreto, a scopo diffamatorio e denigratorio.
A proposito di denigrazioni, è bene ricordare, che, al contrario
di quanto dicono alcuni, Mussolini non stava scappando
in Svizzera (nelle settimane precedenti gli era stato offerto
più volte di rifugiarsi là, oppure di andare in Spagna
per mezzo di un aereo, o di un sommergibile,
ma si era sempre rifiutato....) ma era diretto in Valtellina
(dato evidente, perché, nel punto nel quale fu catturato,
la strada per dirigersi in Svizzera era già stata superata.....).
Riguardo poi al rapporto con la Petacci, nel 1941 Pio XII
volle fare sapere al Duce che era necessario "cambiare pagina".
Il Papa si rivolse al vescovo di Tripoli, il francescano Vittorino
Facchinetti, notorio amico di Mussolini, che era giunto a Roma
per una udienza pontificia nell'ottobre del 1941, chiedendogli
di persuadere il Duce a fare cessare la relazione illecita con
la Petacci. Il vescovo gli rispose: "Andrò, e glielo dirò:
è un'anima che mi sta tanto a cuore, e per la quale prego sempre".
Il Papa concluse: "Anche Noi lo ricordiamo sempre
nelle Nostre preghiere".
Mussolini in seguito ricevette il vescovo Facchinetti,
e alla fine promise: "State tranquillo: ascolterò i vostri
consigli. Ditelo pure al Santo Padre".
Mussolini mantenne la promessa, come documenta tra l'altro
una lettera inviata a Claretta il 20 maggio 1942:
"Clara, il sacrificio che ho chiesto al tuo amore, più che
alla tua sensibilità e obbedienza, può essere ed è grande;
ma torno a ripeterti che questo è necessario per riportare
persone, cose, ed eventi in una luce tranquilla."
Solo dopo la liberazione di Mussolini dal Gran Sasso
Claretta fu portata, ignara pedina manovrata da Buffarini Guidi
e dai tedeschi, nei pressi della residenza del Duce, e prese
alloggio prima a Villa Fiordaliso e dopo (probabilmente
per tranquillizzare Rachele, che era stata protagonista
di una scenata di gelosia del tutto infondata) a Villa
Mirabella, all'interno del Vittoriale, ospite insieme ai suoi,
della vecchia principessa erede di D'Annunzio.
Mussolini visitò Claretta diverse volte, ma sempre
nell'ambito di un rapporto lecito e corretto, come
attestano i testimoni di quelle visite.
Visto che siamo in tema, è il caso di ricordare che
pure la versione dell'assassinio di Mussolini, diffusa
dai comunisti dopo la fine della guerra, è stata riconosciuta
come falsa dallo stesso ex-Partito Comunista Italiano, nel 1996.
In precedenza era stata diffusa una versione secondo cui
Mussolini, al momento della fucilazione, era apparso timoroso,
balbettante e abulico.
Questa descrizione era apparso subito ridicola a chiunque avesse
conosciuto personalmente Mussolini, o avesse studiato anche
superficialmente la sua vita.
Eppure questa versione era stata "immortalata" nel film di Carlo Lizzani
(militante comunista...) "Mussolini ultimo atto", e ancora oggi viene
continuamente riproposta nei documentari, anche dopo essere stata
smentita dagli stessi vertici dell'ex Partito Comunista!
Che i comunisti abbiano per abitudine quella di denigrare i loro nemici,
e di sputare sui loro cadaveri ancora caldi, lo dimostra anche il
comportamento tenuto dall'"Unità", sulla quale, il giorno dopo
la morte di Giovanni Guareschi, "colpevole", tra l'altro, di avere
creato i personaggi di don Camillo e di Peppone, si scrisse
che era morto Guareschi, uno scrittore mai nato...
Nel 1996 l'ex-PCI decise di rendere pubbliche le testimonianze
di Moretti e di Lampredi (quest'ultima in prima pagina sull'"Unità"!)
i due partigiani presenti all'assassinio di Mussolini e di Claretta Petacci,
i quali testimoniavano che Mussolini, quando capì che sarebbe stato
fucilato, aprì tranquillamente il suo cappotto e disse: "Sparate al cuore",
e che al momento della fucilazione gridò: "Viva l'Italia!".
Ma la cosa più divertente di tutte fu vedere il trinariciutissimo Cossutta
(che era tra coloro che avevano deciso di tenere nascoste per anni
le testimonianze) bofonchiare ai microfoni dei TG: "Beh, sì, bisogna
riconoscere che Mussolini è morto con coraggio e con dignità...."
E' bene poi ricordare che, inizialmente, il governo della RSI
aveva stabilito che l'estrema resistenza contro il nemico sarebbe
stata organizzata a Milano, ma il cardinale Schuster pregò Mussolini
di risparmiare alla città ambrosiana le stragi e le distruzioni
dell'ultima battaglia.
Mussolini accolse la richiesta del cardinale, salvando Milano.
Se, come previsto inizialmente, si fosse asserragliato nel Castello
Sforzesco, sarebbe probabilmente stato catturato dagli alleati,
e si sarebbe salvato la vita...
Riporto a questo proposito un significativo giudizio espresso
dal beato Angelo Roncalli, il futuro Giovanni XXIII.
Egli, subito dopo la caduta di Mussolini, scrisse a suo riguardo:
"Anche per lui sic transit gloria mundi.
Ma il gran bene da lui fatto all'Italia resta."
E il beato cardinale Ildefonso Schuster affermò
dopo l'assassinio di Mussolini:
"Con la Conciliazione non solo si è composto il dissidio
tra l'Italia e il Papato, ma si è risolto per sempre il problema
della sovranità temporale della Chiesa di Roma, durato dal 754
ai giorni nostri.
Il Papato ha riacquistato quella libertà che gli permette oggi
di spaziare sempre più in alto nel cielo degli spiriti.
Nessuno potrà togliere a Mussolini questo eccezionale merito".
Pio XII, nel 1952 non ebbe timore di dichiare, nonostante
il clima politico antifascista: "Mussolini è il più grande uomo
da me conosciuto, e senz'altro tra i più profondamente buoni;
al riguardo, ho troppe prove per dimostrarlo".
Pure il grande cardinale Siri, per quaranta anni arcivescovo
di Genova, ha dichiarato: "Mussolini è stato un grande uomo,
un grande uomo tradito."
E Padre Pio, alla vedova di Mussolini, donna Rachele,
che era andata a visitarlo, disse: "Sappiate che io stesso
avrei messo vostro marito in Paradiso, figuratevi cosa ha fatto
Dio, che è infinitamente più buono di me!"
Insomma, come minimo, Mussolini si trova nell'Empireo...

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Luca
2010-02-05 21:16:13 UTC
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On Wed, 3 Feb 2010 23:50:31 +0100, "donquixote"
Post by donquixote
"Oggi io perdono a quanti non mi
perdonano e mi condannano condannando loro stessi."
Mi pare di capire che dunque Mussolini ha perdonato gli Ebrei del
ghetto di Roma deportati e gassati ad Auschwitz per colpa sua?
___________________________________________________________________
La fine del giorno è vicina quando uomini bassi fanno ombre lunghe.
donquixote
2010-02-07 23:51:03 UTC
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Post by Luca
On Wed, 3 Feb 2010 23:50:31 +0100, "donquixote"
Post by donquixote
"Oggi io perdono a quanti non mi
perdonano e mi condannano condannando loro stessi."
Mi pare di capire che dunque Mussolini ha perdonato gli Ebrei del
ghetto di Roma deportati e gassati ad Auschwitz per colpa sua?
Mussolini, nell'empireo, perdona gli ebrei che non gli hanno
ancora innalzato un monumento nel centro di Solima,
e perdona persino la tua "crassa ignoranza"(Ipse dixit!).
Cordiali saluti.

Riporto un testo di Marcello Veneziani, e poi altre considerazioni
mie che avevo già postato in passato sul NG:

RICORDIAMOCI LA LEZIONE DI HANNAH ARENDT
di Marcello Veneziani
Se domani vogliamo ricordare sul serio in Italia il Giorno della memoria,
riferito alla shoah, dovremo riprendere quel che scrisse la principale
studiosa ebraica del nazismo e del totalitarismo, emigrata dalla Germania
a causa delle persecuzioni. Mi riferisco ad Hannah Arendt, della quale
è uscito recentemente il denso epistolario con il suo maestro
Martin Heidegger (Lettere 1925-1975, edito da Comunità).
Che cosa dice la studiosa ebrea?
1)"L'Italia era uno dei pochi paesi d'Europa dove ogni misura antisemita
era decisamente impopolare." Infatti, aggiunge, "l'assimilazione
degli ebrei in Italia era una realtà". La condotta italiana "fu il prodotto
della generale spontanea umanità di un popolo di antica civiltà".
Un popolo che dai tempi dei romani conviveva con gli ebrei,
e continuò a convivere anche all'ombra della Chiesa cattolica:
il cattolicesimo trasmise agli italiani il germe di una antica
e diffusa diffidenza verso gli ebrei, considerati popolo deicida;
ma trasmise agli italiani anche maggiore temperanza
e maggiore comprensione umana verso gli ebrei, rispetto
ai paesi a estrazione protestante, più decisamente antisemiti.
2) "La grande maggioranza degli ebrei italiani - scrive la Arendt -
furono praticamente esentati dalle leggi razziali"
Perché gran parte degli ebrei erano iscritti al Partito fascista
o erano stati combattenti, nota la Arendt, e i pochi ebrei
veramente antifascisti non erano più in Italia.
Persino il più razzista dei gerarchi fascisti, Farinacci,
notava la Arendt, "aveva un segretario ebreo".
3) A guerra intrapresa "gli italiani col pretesto di salvaguardare
la propria sovranità si rifiutarono di abbandonare questo settore
della loro popolazione ebraica; li internarono invece in campi,
lasciandoli vivere tranquillamente finché i tedeschi non invasero
il paese". E quando i tedeschi arrivarono a Roma per rastrellare
gli ottomila ebrei presenti "non potevano fare affidamento
sulla polizia italiana. Gli ebrei furono avvertiti in tempo,
spesso da vecchi fascisti, e settemila riuscirono a fuggire."
Alcuni, va aggiunto, anche con l'aiuto del Vaticano. I nazisti,
aggiunge la Arendt, "sapevano bene che il loro movimento
aveva più cose in comune con il comunismo di tipo staliniano
che col fascismo italiano e Mussolini, dal canto suo, non aveva
né molta fiducia nella Germania né molta ammirazione per Hitler".
4) L'Italia fascista adottò nei confronti dei nazisti antisemiti un
sistematico boicottaggio. Nota la Arendt: "Il sabotaggio italiano
della soluzione finale aveva assunto proporzioni serie soprattutto
perché Mussolini esercitava una certa influenza su altri governi
fascisti, quello di Pétain in Francia, quello di Horty in Ungheria,
quello di Antonescu in Romania, quello di Franco in Spagna.
Finché l'Italia seguitava a proteggere i suoi ebrei, anche
gli altri satelliti della Germania potevano cercare di fare
altrettanto. Il sabotaggio era tanto più irritante in quanto
era attuato pubblicamente, in maniera quasi beffarda".
Insomma il caso di Giorgio Perlasca, il fascista che salvò
la vita a 8 mila ebrei, non era isolato e autarchico.
5) Quando il fascismo, allo stremo della sua sovranità politica,
cedette alle pressioni tedesche, creò un commissariato per gli affari
ebraici, che arrestò 27 mila ebrei, ma in gran parte consentì loro
di salvarsi dai nazisti, di rifugiarsi, come scrive la studiosa ebrea.
Nota la Arendt, eccedendo perfino in indulgenza, che "un migliaio
di ebrei delle classi più povere vivevano ora nei migliori alberghi
dell'Isère e della Savoia".
Risultato fu che "gli ebrei che scomparvero non furono nemmeno
il dieci per cento di tutti quelli che vivevano allora in Italia".
Le citazioni sono tratte dal libro La banalità del male (Feltrinelli).

Riporto alcuni brani di un articolo di Filippo Giannini:
"E' noto l'attacco lanciato dal Duce contro le teorie razziste
nazionalsocialiste, nel corso della visita alla città di Bari. Nel
pomeriggio del 6 settembre 1934, dal balcone del palazzo del Governo
Mussolini, dopo aver esaltato la civiltà mediterranea, disse:
"Trenta secoli di storia ci permettono di guardare con sovrana pietà
talune dottrine di oltr'Alpe, sostenute da progenie di gente
che ignorava la scrittura, con la quale tramandare i documenti
della propria vita, nel tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio
e Augusto".

Pertanto sino ad allora non esisteva alcuna pregiudiziale anti ebraica
nell'animo di Mussolini. E allora, come si giunse alle (certamente)
odiose leggi razziali?

Nella guerra d'Etiopia (di cui ci sarebbe da parlare ampiamente)
la Società delle Nazioni, guidata, incredibilmente, dalle più imperialiste
e colonialiste delle Nazioni, l'Inghilterra e la Francia, impose le sanzioni
all'Italia. La Germania non si associa e continua ad intrattenere
ottimi rapporti con l'Italia.
1936. Scoppia la guerra civile spagnola; ancora una volta i Paesi
capitalisti si schierano con l'Unione Sovietica contro l'Italia
che collabora con Francisco Franco.
Di nuovo la Germania è accanto all'Italia. E questo nonostante
Stalin avesse sarcasticamente annunciato che una volta conquistata
l'Europa partendo dalla penisola iberica, avrebbe tolto le croci
dai cimiteri e persino dalle bare.

Tuttavia Mussolini non gradiva questa vicinanza con il Führer, di cui
diffidava fortemente in politica e, di conseguenza, cercava di svincolarsi;
con questo intento il 22 giugno 1936 rilasciò una (molto poco ricordata)
intervista all'ex ministro francese Malvy, nella quale ribadiva la propria
disponibilità a collaborare con la Francia e con l'Inghilterra:
"La situazione è tale che mi obbliga a cercare altrove la sicurezza
che ho perduto dal lato della Francia e della Gran Bretagna.
A chi indirizzarmi se non a Hitler? Io vi devo dire che ho avuto
con lui dei contati, ma sin qui mi sono riservato di decidere (.).
Vi ho fatto venire perché informiate il vostro Governo della situazione.
Io attenderò ancora, ma se prossimamente l'atteggiamento del Governo
francese nei confronti dell'Italia non si modifica, se non mi si darà
l'assicurazione di cui ho bisogno, l'Italia diventerà alleata
della Germania".
Questa preziosissima testimonianza viene riportata da E. Bonnifour
nella Histoire politique de la troisième republique.

Altri attestati della volontà dei Paesi liberalcapitalisti
ci vengono forniti da Winston Churchill e dallo storico inglese
George Trevelyan. Il primo (La Seconda Guerra Mondiale", Vol. 2°,
pag. 209): "Adesso che la politica inglese aveva forzato Mussolini
a schierarsi dall'altra parte, la Germania non era più sola."
Quasi con le stesse parole George Trevelyan nella sua "Storia
d'Inghilterra", a pag. 834, ha scritto: "E l'Italia, che per la sua
posizione geografica poteva impedire i nostri contatti con l'Austria
e con i Paesi balcanici, fu gettata in braccio alla Germania."

La storia stava così trascinando l'Italia alla "ineluttabilità
dell'alleanza con Hitler e quindi della necessità di eliminare
tutti i motivi non solo di frizione, ma anche solo di disparità
con la Germania" (R. De Felice, Storia degli ebrei sotto
il fascismo, pag. 137). Mussolini era conscio che l'antisemitismo
occupava uno spazio preminente nell'ideologia nazionalsocialista,
di conseguenza, se voleva eliminare le ultime diffidenze tedesche,
anche nel ricordo del "tradimento italiano del 1915", e giungere
ad una reale alleanza militare, doveva adeguarsi alle circostanze.
Riteniamo che fosse questa e non altre la ragione della scelta del Duce.
E ciò viene confermato dal più attento studioso del fascismo
che osserva: "Una volta che Mussolini fu gettato nelle braccia
della Germania di Hitler, era impensabile che anche l'Italia
non avesse le sue leggi razziali."
Oppure come ha scritto lo storico ebreo Meir Michaelis:
"Non si trattava dunque di un problema interno, bensì
di un aspetto di politica estera."

Anche se quanto sin qui scritto è solo una parte del percorso che portò
l'Italia di Mussolini all'emanazione delle leggi razziali, il Duce, per
renderle il meno dolorose possibili, fra l'altro impose di "discriminare
non perseguire", oltre a lasciar aperte numerose scappatoie,
per cui si giunse a situazioni paradossali, come il caso denunciato
dal giornalista Daniele Vicini su "L'Indipendente" del 20 luglio 1993:
"Ebrei e comunisti tedeschi sciamano verso il Brennero, frontiera
che possono varcare senza visto a differenza di altre (americana,
sovietica, ecc.) apparentemente più congeniali alle loro esigenze."
Vicini dopo aver elencato decine e decine di nomi di ebrei
(e non solo ebrei, ma anche di comunisti) che fuggivano in Italia,
cita anche un nome che dovrebbe essere ben conosciuto
ai telespettatori italiani, perché spessissimo presente
nelle trasmissioni televisive: quello di Edward Luttwak.
Una domanda si presenta spontanea: "Erano tutti pazzi a rifugiarsi
in un Paese dove vigevano le leggi razziali, oppure i fuggitivi
ben sapevano che quelle leggi erano poco meno che una farsa"?
Alla fine dell'articolo il giornalista Vicini esclama:
"Strana democrazia quella americana, strana dittatura
quella fascista."

I lettori che volessero approfondire l'argomento possono leggere
il nostro libro "Uno scudo protettore". "Scudo protettore" è una
espressione dello storico ebreo Léon Poliakov per indicare
la protezione posta in essere da Benito Mussolini a favore degli ebrei.
Ebrei non solo italiani: "Ovunque penetrassero le truppe italiane,
uno schermo protettore si levava di fronte agli ebrei (.).
Un aperto conflitto si determinò tra Roma e Berlino a proposito
del problema ebraico (.). Appena giunte sui luoghi di loro
giurisdizione, le autorità italiane annullavano le disposizioni
decretate contro gli ebrei (.)" (Léon Poliakov, "Il nazismo
e lo sterminio degli ebrei", pagg. 219-220).
Questo scudo si ergeva, quindi, non solo in Italia, ma in Croazia,
in Grecia, in Egeo, in Tunisia, in poche parole ovunque penetrassero
le truppe fasciste.

Il libro contiene un centinaio di documenti di come venne messo
in atto lo scudo, nonché studi di storici che attestano la validità
dei documenti.
Nomi come Rosa Paini (ebrea) ("Il Sentiero della Speranza", pag. 22):
"Quel colloquio lo aveva voluto Mussolini, ancora
più favorevole agli ebrei, in modo da essere indotto
a concedere tremila visti speciali per tecnici e scienziati
ebrei che desideravano stabilirsi nel nostro Paese."
Come Mordechai Poldiel (ebreo): "L'Amministrazione fascista,
e quella politica, quella militare e quella civile, si diedero da fare
in ogni modo per difendere gli ebrei, per fare in modo che quelle
leggi rimanessero lettera morta."
Israel Kalk (ebreo) "Gli ebrei in Italia durante il Fascismo":
"(.)Siamo stati trattati con la massima umanità" e, ricordando
gli altri internati: "Credo di non temere smentite affermando
che con voi la sorte è stata benigna e che la vostra situazione
di internati in Italia è migliore di quella dei nostri fratelli
che si trovano in libertà in altri paesi europei."
O anche Salim Diamand (Internment in Italy - 1940-1945), ebreo.
"Non ho mai trovato segni di razzismo in Italia. C'era del militarismo,
è ovvio, ma io non ho mai trovato un italiano che si avvicinasse a me,
ebreo, con l'idea di sterminare la mia razza (.). Anche quando apparvero
le leggi razziali, le relazioni con gli amici italiani non cambiarono
per nulla (.). Nel campo controllato dai carabinieri e dalle Camicie nere
gli ebrei stavano come a casa loro."
Oppure l'opinione dell'autorevole docente dell'Università ebraica
di Gerusalemme, George L. Mosse (ebreo), nel suo libro "Il razzismo
in Europa", a pag. 245 ha scritto: "Il principale alleato della Germania,
l'Italia fascista, sabotò la politica ebraica nazista nei territori sotto
il suo controllo (.). Come abbiamo già detto, era stato Mussolini stesso
a enunciare il principio "discriminare non perseguire".
Tuttavia l'esercito italiano si spinse anche più in là, indubbiamente
con il tacito consenso di Mussolini (.). Ovunque, nell'Europa
occupata dai nazisti, le ambasciate italiane protessero gli ebrei
in grado di chiedere la nazionalità italiana.
Le deportazioni degli ebrei cominciarono solo dopo la caduta
di Mussolini, quando i tedeschi occuparono l'Italia."

Si giunse, così, al 25 luglio 1943, ma anche in quei poco più
di 40 giorni del governo Badoglio le leggi antiebraiche
non furono annullate.
Seguì la fuga del re, di Badoglio e dello Stato Maggiore lasciando
gli italiani, l'esercito, ed è ovvio, anche gli ebrei in balia dell'ira
tedesca. Fu una fortuna per l'Italia tutta che Mussolini subentrò
formando un nuovo Governo, e parandosi di nuovo come scudo
tra la rabbia dell'alleato tradito e gli italiani tutti.
Ma la presenza tedesca era pressante specialmente agli inizi quando,
cioé, Mussolini stava organizzando la nuova struttura del suo Governo.
Fu in quei giorni, ed esattamente il 16 ottobre 1943 che i tedeschi
effettuarono un rastrellamento nel ghetto di Roma catturando più
di mille ebrei che, ripetiamo, sino ad allora erano stati protetti
dallo scudo. Ebbene, finalmente i tedeschi ebbero la possibilità
di mettere in atto quanto sino ad allora era stato proibito.
Ma non tutto andò secondo le previsioni. Qualche lettore potrebbe
pensare che sul posto ci fossero dei partigiani per difendere
quegli infelici; ma quando mai!
I tedeschi si trovarono di fronte un uomo in camicia nera,
Ferdinando Natoni (che la storiografia dimentica di citare).
Ecco la testimonianza della figlia Anna; il padre, mentre la retata
era in corso, si precipitò in strada e, avvalendosi della qualifica
di "fascista", pretese dalle SS la restituzione degli ebrei catturati
nel suo edificio. Cosa che avvenne.
La Signora Anna ci ha detto che il padre morì a 96 anni
e ci ha pregato di ricordare che "non rinnegò mai la sua fede".
[Ferninando Natoni fu nominato "Giusto di Israele" nel 1995,
su segnalazione di Marina Limentani Anticoli, che Natoni
aveva salvato, insieme alla sorella, rischiando la deportazione.
Per convincere i tedeschi che le due sorelle erano sue figlie,
Natoni aveva indossato la Camicia nera, e esibito la tessera
del Partito Nazionale Fascista. Durante la cerimonia, in Israele,
Natoni confermò di essere ancora fascista...]
Altri nomi meritano di essere citati accanto a quello di Natoni:
Perlasca, salvò la vita ad alcuni migliaia di ebrei in Ungheria;
Zamboni riuscì a far fuggire da Salonicco centinaia di ebrei;
Palatucci ne salvò alcune migliaia a Fiume; Calisse operò
in Francia e fece fuggire diverse decine di ebrei.
Non dimentichiamo il fascistissimo Farinacci che nascose
una famiglia di ebrei nella sua tipografia; e il futuro segretario
del Msi, Almirante che ne nascose alcuni nel Ministero dove lavorava.
Potremmo citare altri casi e nomi, ma non possiamo abusare oltre.
Mentre si svolgevano questi fatti, gli antifascisti e i partigiani
che facevano?
Tramavano...
Renzo De Felice osserva (op. cit. pag. 447): "Il 20 gennaio 1944
Buffarini Guidi, venuto a conoscenza del fatto che in molte località
i tedeschi prendevano in consegna gli ebrei ivi concentrati,
diede istruzioni perchè fossero fatti presso le autorità centrali
germaniche i passi necessari ad ottenere che, in ottemperanza
al criterio enunciato, fossero impartite disposizioni atte
a far sì che gli ebrei rimanessero in campi italiani (.)."
Su questo argomento si trova una interessante testimonianza
di Primo Levi le cui memorie vengono in parte riportate
su L'Espresso del 27 settembre 2007.
Levi ricorda che fu arrestato il 13 settembre 1943 e trasferito
ad Aosta nella caserma della Milizia Fascista.
Levi e altri suoi correligionari furono affidati al Centurione Ferro,
il quale, saputo che "eravamo tutti laureati ci trattò benevolmente;
egli poi fu ucciso dai partigiani nel 1945".
Primo Levi e gli altri furono sospettati di essere partigiani;
ecco cosa scrive Levi: "Il Centurione, appreso che eravamo
ebrei e non dei veri partigiani ci disse: "Non vi succederà nulla
di male; vi invieremo al campo di Fossoli, presso Modena".
Ci veniva regolarmente distribuita la razione di vitto destinata
ai soldati e alla fine di gennaio 1944 ci portarono a Fossoli
con un treno passeggeri. In quel campo si stava abbastanza bene;
non si parlava di eccidi e l'atmosfera era sufficientemente serena;
ci permisero di trattenere il denaro che avevamo portato con noi
e di riceverne altro da fuori."

Riporto per l'ennesima volta dati e fatti storici che avevo
già documentato in altri messaggi:
Mussolini e il regime fascista, fino a quando mantennero la loro piena
indipendenza (cioè fino al 25 luglio 1943) si rifiutarono sempre,
nonostante le richieste e le minacce tedesche, di far deportare
anche un solo ebreo, non soltanto in Italia, ma in ogni territorio
nel quale giunsero le truppe di occupazione fasciste:
Francia meridionale, Grecia, Jugoslavia, nord-Africa ecc.
Ed è significativo che a documentare il salvataggio di decine
di migliaia di ebrei da parte del regime fascista siano stati,
in particolare, degli studiosi di origine ebraica, come Poliakov,
Steinberg e Shelah, che pure avevano validi motivi di risentimento
nei confronti di Mussolini e del fascismo.
Leon Poliakov (che fu anche consulente al processo di Norimberga)
ha scritto il saggio "La condition de Juifs en France sous l'occupation
italienne", Menachem Shelah ha scritto il saggio "Un debito
di gratitudine", e Jonathan Steinberg ha scritto il saggio
"Tutto o niente" (il titolo contrappone significativamente
il "tutto" del regime nazista, che ha attuato lo sterminio ebraico,
e il "niente" del regime fascista, che si è opposto fattivamente
alla politica di sterminio del nazismo).
Come rileva Steinberg:"Agli italiani non fu mai detto della conferenza
di Wannsee, tenuta il 20 gennaio 1942, nè degli incontri successivi.
Ufficialmente essi non sapevano nulla della soluzione finale.
Hitler non ne parlò al suo "caro Benito Mussolini", nonostante
il fatto che la decisione di sterminare un intero popolo trasformasse
la natura della guerra e riguardasse l'Italia, in quanto partner dell'Asse".
Mussolini, inizialmente, aveva autorizzato la richiesta di deportazione
dei tedeschi, i quali affermavano che gli ebrei sarebbero semplicemente
stati inviati in campi di lavoro situati nei territori dell'Est,
ma cambiò idea, e revocò l'ordine, subito dopo, nel momento
in cui ebbe notizia di vessazioni compiute nei loro confronti.
Mussolini ordinò quindi che nessun ebreo (anche se straniero)
presente nei territori occupati dall'Italia fascista, fosse deportato
in altri Paesi (le richieste, oltre che dalla Germania, provenivano
anche dalla Francia e dalla Croazia).
Da quel momento, come afferma Steinberg, "l'Italia
si era formalmente impegnata a ostacolare la soluzione
finale in Europa".
Fino al 25 luglio 1943 nemmeno un ebreo, italiano o straniero,
fu mai consegnato dal regime fascista ai tedeschi, ai francesi,
ai croati, o a chiunque altro.
In Francia, come ricorda il nostro ambasciatore dell'epoca,
il primo ministro del governo di Vichy, Pierre Laval, "mentre
riusciva a capire il nostro interesse in favore di quegli ebrei
di nazionalità italiana, non riusciva proprio a giustificare
il nostro intervento a favore degli ebrei stranieri".
E Steinberg sottolinea la straordinarietà di questo fatto,
che cioè proprio il regime fascista "alleato all'estero con
la Germania nazista, e totalmente dipendente dai tedeschi
per le materie prime, contrastò più o meno apertamente
il volere di Hitler."
In effetti il regime fascista non poteva contrapporre alle richieste
di deportazione e alle proteste, sempre più insistenti e minacciose,
della Germania (dalla quale l'Italia dipendeva ormai sia militarmente
che economicamente) nessun argomento plausibile: nonostante ciò,
tra mille difficoltà e con mille espedienti, grazie a una "cospirazione
che partiva da Mussolini e arrivava al più umile maresciallo
dei carabinieri", nessun ebreo fu mai consegnato ai nazisti.
Il prestigio di Mussolini, e l'ammirazione personale che Hitler
gli riservava, risultarono comunque decisivi, in una situazione
che vedeva l'Italia praticamente subordinata alla Germania,
come rileva Steinberg: "L'affetto di Hitler per Mussolini
diede agli italiani un certo margine di libertà per perseguire
una politica che ostacolò i piani tedeschi, irritò i comandanti
di campo tedeschi, interferì con le attività delle SS
e della Gestapo, e, di tanto in tanto, causò le leggendarie
esplosioni di ira di Hitler".
"Come si sarebbe comportato Hitler nei confronti
di un'Italia senza Mussolini?".
Mussolini, da parte sua, non esitò nemmeno a intraprendere
vere e proprie azioni di forza nei confronti di Paesi alleati,
come la Croazia: "L'occupazione militare italiana fu estesa
alla seconda e alla terza zona [in Dalmazia erano state create
tre prefetture italiane e tre zupanati croati incastonati gli uni
negli altri] per frenare i massacri di serbi e contenere
le esplosioni di odio contro gli ebrei."
E quando, nel 1943, le autorità tedesche manifestarono l'intenzione
di deportare tutti gli ebrei italiani residenti nel Reich e nei territori
occupati dalla Germania, Mussolini si oppose decisamente,
ottenendo il loro rimpatrio.
Alcuni ebrei italiani che si trovavano nei territori occupati
erano già stati arrestati e deportati, ma il governo fascista
chiese e ottenne il loro rilascio.
E' poi da sottolineare il fatto che non fu mai impedito
l'afflusso in Italia (e in Libia, provenienti dalla Tunisia
e dalla Francia) degli ebrei stranieri in cerca di salvezza.
Fu addirittura respinta la richiesta tedesca di estradizione
di alcuni ebrei rifugiatisi in Italia, ed accusati di attività
antinazista...
Con la Repubblica Sociale Italiana la situazione cambia radicalmente:
Mussolini accetta di crearla per evitare che i nazisti mettano a ferro
a fuoco l'Italia in seguito al voltafaccia operato dal re e da Badoglio,
ma il coltello ora ce l'hanno per il manico i tedeschi, che garantiscono
l'esistenza della RSI con il loro esercito.
La Repubblica Sociale Italiana fu creata principalmente per proteggere
gli italiani dalla vendetta che Hitler aveva già predisposto nei confronti
dell'alleato traditore.
Renzo De Felice ha ricostruito nei suoi studi l'origine della RSI:
Mussolini, dopo il 25 luglio 1943, era convinto che la sua storia
politica fosse finita. Era completamente demoralizzato (basta leggere,
a tale proposito, i suoi "pensieri pontini e sardi") e deciso a rimanere
definitivamente fuori dalla politica attiva.
Appena liberato dai tedeschi, si mostrò irritatissimo quando
gli dissero che era atteso in Germania, a Rastemburg.
Fu Hitler a imporgli praticamente il suo ritorno sulla scena
politica: se Mussolini avesse rifiutato di porsi alla guida
della costituenda RSI, egli avrebbe messo a ferro e a fuoco
tutta l'Italia, sulla base di un piano elaborato subito dopo il 25 luglio
(il successivo cambio di campo effettuato dal regime badogliano
era una ipotesi facilmente prevedibile).
Dal punto di vista politico, Mussolini non si faceva certo illusioni:
sapeva che il suo potere effettivo sarebbe stato limitato, e che la guerra
era con tutta probabilità perduta.
Ma Hitler fu assolutamente esplicito: "Dovevo dare subito
un terribile esempio di punizione per tutti quelli, tra gli altri
nostri alleati, che potessero essere tentati di imitare l'Italia.
(...) Ma se voi mi deludete, io devo dare ordine che il piano punitivo
sia eseguito. (...) L'Italia settentrionale dovrà invidiare la sorte
della Polonia se voi non accettate di ridare valore all'alleanza
fra la Germania e l'Italia mettendovi a capo dello Stato
e del nuovo governo".
Per questo De Felice afferma testualmente:
"Mussolini, piaccia o non piaccia, accettò il progetto di Hitler
spinto da una motivazione patriottica: un vero e proprio "sacrificio"
sull'altare della difesa dell'Italia".
E ribadisce: "Mussolini tornò al potere per "mettersi al servizio
della patria", perchè solo così poteva impedire a Hitler di trasformare
l'Italia in una nuova Polonia, per rendere meno pesante e tragico
il regime di occupazione".
La presenza diretta dei nazisti in Italia imponeva un cambiamento
della politica nei confronti degli ebrei: fu quindi stabilito dal governo
della RSI che gli ebrei fossero posti in campi di concentramento
situati in Italia, ma venne ribadito il divieto di qualunque deportazione
all'estero. E' da rilevare che l'internamento in campi di concentramento
di determinate categorie di persone, durante la guerra, è un tipo
di provvedimento che venne impiegato pure dai governi
liberaldemocratici (che lo fecero però spontaneamente
e autonomamente, e non pressati dalla presenza nazista,
come avvenne per la RSI....).
Negli Stati Uniti d'America, ad esempio, decine di migliaia
di cittadini americani, "colpevoli" solo di essere di origine italiana,
tedesca o giapponese, vennero deportati in campi di concentramento.
E non c'è nemmeno bisogno di rilevare che i campi
di concentramento italiani erano luoghi di detenzione,
e non campi di sterminio: non sono mai esistiti campi
di sterminio nel territorio nazionale governato dal fascismo.
Il famoso campo di San Sabba era infatti un campo nazista,
istituito dai nazisti, gestito dai nazisti, e posto in un territorio
sottratto al governo e alla giurisdizione della Repubblica Sociale
Italiana, perchè governato e controllato direttamente dai nazisti:
l'Adriatisches Kustenland, annesso al Reich tedesco.
Quando i nazisti cominciarono a richiedere la deportazione
degli ebrei, il governo fascista manifestò esplicitamente
il suo rifiuto, ribadendo che gli ebrei dovevano rimanere
in Italia, e diramò precise istruzioni, anche a livello periferico,
perché venisse rifiutata la consegna degli ebrei ai nazisti.
A quel punto i nazisti ricorsero all'uso della forza, ignorando
l'opposizione del governo della RSI. Tutte le deportazioni
vennero effettuate o direttamente dai nazisti e dalle formazioni
che dipendevano dal loro (SS italiane, bande Koch, Carità, ecc.)
o per ordine o imposizione da parte dei nazisti ai vari membri
del corpi locali della polizia, dei carabinieri, della GNR, ecc.
che decisero di obbedire agli ordini dei tedeschi.
Inizialmente il governo fascista cercò addirittura di ottenere
la restituzione degli ebrei già deportati (i nazisti negarono
sempre che la deportazione avesse come fine lo sterminio)
come era avvenuto prima del 25 luglio 1943, ma la situazione
era ormai completamente cambiata.
Eichmann, memore degli smacchi e delle umiliazioni subite
in precedenza da parte del regime fascista, che aveva sempre
rifiutato la consegna degli ebrei, inviò una risposta sprezzante,
che suona oggi come un involontario elogio postumo
alla Repubblica Sociale Italiana:
"Ci rammarichiamo vivamente nel constatare che l'ambasciata
di una repubblica fascista continui a interporre i suoi uffici
a favore degli ebrei."
C'è poi da ricordare un fatto fondamentale (che, chissà perché,
non viene mai ricordato.....) necessario a spiegare il dato stupefacente
per cui più di quattro quinti degli ebrei italiani scamparono
allo sterminio (una percentuale più alta di salvati, in tutti
i Paesi europei, si riscontra solo in Danimarca): il governo
della Repubblica Sociale Italiana, forzato a istituire l'internamento
degli ebrei nei campi di concentramento a causa della presenza
diretta dei tedeschi, pur essendo deciso a evitare la loro deportazione,
poteva ipotizzare che i nazisti sarebbero ricorsi all'uso della forza,
come in effetti poi fecero.
Ebbene, il governo fascista fece rendere pubblicamente noto,
in anticipo, addirittura per radio, il provvedimento di internamento
degli ebrei (che, per essere efficace, sarebbe dovuto rimanere
assolutamente segreto) consentendo loro di salvarsi, e provocando
sconcerto e rabbia da parte dei nazisti.
In questo modo la maggior parte degli ebrei riuscì a fuggire:
molti di loro espatriarono in Svizzera, molti si nascosero in Italia
presso privati, molti si rifugiarono presso i conventi e le altre
strutture che la Chiesa cattolica mise a loro disposizione.
Luca
2010-02-18 20:20:15 UTC
Permalink
On Mon, 8 Feb 2010 00:51:03 +0100, "donquixote"
Post by donquixote
Mussolini, nell'empireo, perdona gli ebrei che non gli hanno
ancora innalzato un monumento nel centro di Solima,
e perdona persino la tua "crassa ignoranza"(Ipse dixit!).
Cordiali saluti.
500 righe di nulla; solo il tentativo di nascondersi la verità. Molto
cristiano, non c'è che dire

Queste povere creature devono la loro orrenda fine anche al vostro
Mussolini...

http://www.binario21.org/nomi.htm

"Ministero dell'Interno
Telegramma circolare cifrato spedito ore 9 del 1°-12-1943

Precedenza assoluta

A tutti i capi delle Province

Comunicasi, per la immediata esecuzione, la seguente ordinanza di
polizia che dovrà essere applicata in tutto il territorio di codesta
provincia:

1° Tutti gli ebrei, anche se discriminati, a qualunque nazionalità
appartengano, e comunque residenti nel territorio nazionale debbono
essere inviati in appositi campi di concentramento. Tutti i loro beni,
mobili ed immobili, debbono essere sottoposti ad immediato sequestro,
in attesa di essere confiscati nell'interesse della Repubblica Sociale
Italiana, la quale li destinerà a beneficio degli indigenti sinistrati
dalle incursioni aeree nemiche.

2° Tutti coloro che, nati da matrimonio misto, ebbero in applicazione
delle leggi razziali italiane vigenti, il riconoscimento di
appartenenza alla razza ariana, devono essere sottoposti a speciale
vigilanza degli organi di polizia.
Siano per intanto concentrati gli ebrei in campi di concentramento
provinciali in attesa di essere riuniti in campi di concentramento
speciali appositamente attrezzati.

Il Ministro
F.to Buffarini Guidi
"


Per sette anni, dal 1938 al 1945, l'Italia fascista fu un Paese
ufficialmente e concretamente antisemita; più precisamente, dapprima
(fino al 25 luglio 1943) si ebbe la "persecuzione dei diritti degli
ebrei", poi (dall'8 settembre 1943 al 25 aprile 1945) la "persecuzione
delle vite degli ebrei".
Il periodo della persecuzione dei diritti può essere convenzionalmente
fatto iniziare il 14-15 febbraio 1938, quando il Ministero
dell'Interno dispose il censimento della religione professata dai suoi
dipendenti. Il 22 agosto 1938 venne effettuato un censimento generale
degli ebrei a impostazione razzista. Nel frattempo in luglio era stato
diffuso il documento teorico "Il fascismo e i problemi della razza"
(poi noto col titolo fuorviante "Manifesto degli scienziati razzisti")
e in ottobre il Gran Consiglio del fascismo approvò una "Dichiarazione
sulla razza". La persecuzione dei diritti (introdotta dalle leggi "per
la difesa della razza" e da numerosi provvedimenti amministrativi)
colpì in particolare i settori del lavoro e della cultura: gli ebrei
vennero espulsi dalla scuola (2 settembre 1938) e da tutti gli
impieghi pubblici (10 novembre 1938), compreso l'esercito, vennero
sostanzialmente emarginati dalle libere professioni ed eliminati dalle
attività culturali; inoltre vennero loro progressivamente limitati gli
impieghi presso ditte private, la gestione di attività commerciali, le
iscrizioni nelle liste di collocamento al lavoro. Vennero posti limiti
al possesso di case, terreni e aziende. La persecuzione fu di tipo
razzista e non religioso (il bambino nato da due genitori "ariani" era
classificato "ariano", anche se professante la religione ebraica; e
viceversa). Vennero assoggettate alla persecuzione circa 51 mila
persone, cioè poco più dell'1 per mille della popolazione della
penisola. Vennero vietati nuovi matrimoni "razzialmente misti" di
"ariani" con "semiti" (10 novembre 1938; il divieto riguardava anche i
matrimoni con "camiti", oggetto peraltro questi ultimi di una
normativa persecutoria autonoma, varata a partire dal 1936).
L'antisemitismo permeò la vita del Paese in tutti i suoi comparti, a
iniziare da quello scolastico.
La persecuzione doveva concludersi con l'allontanamento di tutti gli
ebrei dalla Penisola. Mussolini decise nel settembre 1938 l'espulsione
della maggioranza degli ebrei stranieri e nel febbraio 1940
l'espulsione entro dieci anni degli ebrei italiani. L'ingresso
dell'Italia in guerra il 10 giugno 1940 bloccò l'attuazione di queste
decisioni, e gli ebrei rimasero bloccati in un Paese che non li
voleva. Il fascismo aggravò la persecuzione dei diritti, istituendo
nel giugno 1940 l'internamento degli ebrei italiani giudicati
maggiormente pericolosi (per il regime) e degli ebrei stranieri i cui
Paesi avevano una politica antiebraica, nel maggio 1942 il lavoro
obbligatorio per alcune categorie di ebrei italiani e nel
maggio-giugno 1943 dei veri e propri campi di internamento e lavoro
forzato per gli ebrei italiani.
Durante il periodo dei quarantacinque giorni, il nuovo governo
Badoglio annullò quest'ultima decisione, revocò alcune norme
persecutorie minori, ma lasciò in vigore tutte le leggi antiebraiche.
Il periodo della persecuzione delle vite degli ebrei ebbe inizio l'8
settembre e non riguardò gli ebrei dell'Italia meridionale e insulare,
liberata dalle truppe anglo-americane entro la fine di quel mese.
Tuttavia la grande maggioranza dei perseguitati abitava nell'Italia
centro-settentrionale, assoggettata all'occupazione tedesca e al nuovo
Stato fascista poi denominato Repubblica Sociale Italiana. In queste
regioni, la persecuzione fu gestita da tedeschi e da italiani, tranne
che nelle "zone di operazione" Alpenvorland e Adriatisches Kuestenland
(Prealpi e litorale adriatico), ove fu gestita solo da tedeschi.
I nazisti intrapresero subito la loro politica di
arresto-concentramento-deportazione-eliminazione e di rapina dei beni.
Già il 15-16 settembre 1943 arrestarono e deportarono 22 ebrei di
Merano e, negli stessi giorni, rapinarono e uccisero quasi 50 ebrei
(tra i quali, vari milanesi) sulla sponda piemontese del Lago
Maggiore. La prima retata attuata da un reparto specializzato di
polizia fu quella del 16 ottobre 1943 a Roma: quel sabato vennero
rastrellati 1.259 ebrei; due giorni dopo 1.023 di essi vennero
deportati ad Auschwitz (tra di essi vi era anche un bambino nato dopo
l'arresto della madre). Il 1° dicembre anche le autorità italiane
cominciarono ad arrestare gli ebrei e a internarli in campi
provinciali; alla fine di quel mese iniziarono a trasferirli nel campo
nazionale di Fossoli, nel comune di Carpi, in provincia di Modena.
Nella prima metà del dicembre 1943 le autorità di Berlino esaminarono
la politica intrapresa dalla Repubblica Sociale Italiana e decisero di
lasciarle il ruolo principale nell'organizzazione degli arresti e
nella gestione dei campi provinciali. Nelle settimane seguenti i due
governi conclusero un accordo terribile e segreto (oggi non attestato
da alcuna documentazione, ma comprovato logicamente dai fatti noti)
per l'assegnazione ai tedeschi degli ebrei che venivano trasferiti
dagli italiani nel campo di Fossoli (nel marzo 1944 anche la gestione
del campo di Fossoli fu consegnata ai tedeschi i quali, a fine
luglio-inizio agosto 1944, lo spostarono a Gries, nel comune di
Bolzano). Così, i convogli di deportazione allestiti dai tedeschi dopo
il gennaio 1944 trasportarono anche le vittime arrestate da italiani e
consegnate consapevolmente ai tedeschi.
Nell'Adriatisches Kuenstenland gli ebrei arrestati furono raccolti
dapprima nel carcere di Trieste e poi nel campo allestito nella
Risiera di San Sabba, e vennero deportati con convogli autonomi.
Dalla Penisola vennero deportate circa 6.800 persone identificate (di
esse, quasi 6 mila furono uccise) e circa 1.000 persone non
identificate. La grande maggioranza dei deportati fu inviata ad
Auschwitz; di questi, pochissimi fecero ritorno. Inoltre più di 300
ebrei furono uccisi in territorio italiano. Tra tutti gli ebrei, il
gruppo maggiormente colpito fu quello dei 21 rabbini-capo delle
Comunità Israelitiche: 9 di essi furono deportati (tutti ad Auschwitz,
e nessuno sopravvisse).
I perseguitati che non vennero deportati o uccisi in Italia furono
circa 35 mila. Circa 500 di essi riuscirono a rifugiarsi nell'Italia
meridionale; 5 mila-6 mila riuscirono a rifugiarsi in Svizzera; gli
altri 29 mila vissero in clandestinità nelle campagne e nelle città,
protetti da antifascisti e persone dotate di buon cuore e senso della
giustizia.
Circa 1.000 ebrei parteciparono attivamente alla Resistenza; circa 100
di essi caddero in combattimento o, arrestati, furono uccisi nella
Penisola o in deportazioni.

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La fine del giorno è vicina quando uomini bassi fanno ombre lunghe.
donquixote
2010-02-22 23:26:10 UTC
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Post by Luca
On Mon, 8 Feb 2010 00:51:03 +0100, "donquixote"
Post by donquixote
Mussolini, nell'empireo, perdona gli ebrei che non gli hanno
ancora innalzato un monumento nel centro di Solima,
e perdona persino la tua "crassa ignoranza"(Ipse dixit!).
Cordiali saluti.
500 righe di nulla; solo il tentativo di nascondersi la verità.
500 righe di fatti, fatti, fatti inconfutabili, che documentano
la verità che gli ignoranti non conoscono, e gli ideologisti
ottusi non vogliono conoscere.
Quelli che ho riportato sono fatti, fatti documentati
non solo dai migliori storici di quel periodo, De Felice
in primis, ma anche, e soprattutto, da studiosi e storici
ebrei, come Hannah Arendt, Meir Michaelis, Menachem
Shelah, Israel Kalk, Jonathan Steinberg e Leon Poliakov
(che fu anche consulente al processo di Norimberga...).
Di fronte a questi fatti inconfutabili, documentati anche
e soprattutto da molti storici ebrei, tu non fai altro che linkare
la paginetta di un sito ideologicamente orientato....
La cosa più buffa è che tale paginetta non smentisce,
nè potrebbe, la documentazione da me riportata.
Tranne che in una affermazione, molto significativa
non dal punto di vista storico, ma da quello psicologico
e ideologico:

"Nelle settimane seguenti i due governi conclusero un accordo
terribile e segreto, oggi non attestato da alcuna documentazione,
ma comprovato logicamente dai fatti noti"

A parte il fatto che i fatti noti comproverebbero
logicamente proprio il contrario di quanto si afferma,
è molto significativo e molto istruttivo che si voglia
dare per stipulato ed esistente un accordo....
non attestato da alcuna documentazione!
E' davvero grottesco che tu prima abbia la faccia
di tolla di scrivere, riguardo ai fatti documentati,
e alle verità che ho riportato basandomi sui saggi
Post by Luca
500 righe di nulla; solo il tentativo di nascondersi la verità.
e poi mi copincolli una paginetta che non solo non smentisce
tali fatti, ma si inventa pure "verità" non provate e non documentate!
A quali livelli di ottusità può condurre l'odio ideologico!
Siamo ai livelli di quelli che parlano di Pio XII
come del "Papa di Hitler", o che lo considerano
complice dello sterminio ebraico....per il fatto
di non avere denunciato esplicitamente tale sterminio,
o per aver tenuto rapporti rettamente corretti e collaborativi
con le autorità naziste, nel periodo dell'occupazione
tedesca dell'Italia. A questo riguardo qualcuno potrebbe
magari scrivere che la Chiesa e il Nazismo "conclusero
un accordo terribile e segreto, oggi non attestato
da alcuna documentazione, ma comprovato logicamente
dai fatti noti!".
Naturalmente, chi non è completamente ottuso,
e ha una conoscenza realistica della situazione
storica concreta, capisce che il non attaccare
pubblicamente il nazismo imperante (il che
avrebbe avuto come effetto solo il peggioramento
delle condizioni sia degli ebrei, che dei cattolici)
e il mostrarsi rettamente corretti e collaborativi,
era il metodo migliore per non irritare l'occupante
tedesco, e nel contempo agire concretamente per
migliorare la situazione generale, e salvare molte
vite umane.
Questa era la condizione concreta della Chiesa,
neutrale, ma con le truppe tedesche accampate
a un metro dal confine dello Stato della Città
del Vaticano.
Quella della Repubblica Sociale Italiana era
ancora peggiore, in quanto gli italiani erano
considerati dai nazisti dei traditori che avevano
pugnalato la Germania alle spalle, e le truppe
tedesche occupavano il territorio stesso.
Eppure certi catoncelli stercorari, ottusi
e ignoranti, oggi, seduti tranquillamente
in poltrona con il gazosino in mano,
si permettono di trinciare giudizi demenziali
sul comportamento tenuto in quella situazione
storica dal Papa e da Mussolini, dalla Chiesa
e dal fascismo.
Per dirla tutta, quel fantomatico accordo
non documentato con i tedeschi, la RSI
avrebbe potuto tranquillamente stipularlo:
perchè non accettare ciò che non si sarebbe
comunque potuto impedire, al fine di riguadagnare
almeno in parte la fiducia perduta, e potere così
tutelare, per quanto concretamente possibile,
non solo gli italiani, ma pure gli ebrei?
Sta di fatto che i fascisti, pure dopo l'8 settembre
del 1943, nonostante i margini strettissimi di manovra,
determinati dalla presenza tedesca sul territorio,
si attivarono per salvare gli ebrei, sia a livello istituzionale,
sia a livello individuale.
A parte i vari Zamboni, Palatucci, Calisse, Natoni
(quest'ultimo è stato riconosciuto come Giusto
di Israele nel 1995; e durante la cerimonia, in Israele,
ha confermato esplicitamente di essere ancora fascista!)
persino Farinacci, considerato il fascista più estremista
e antisemita....salvò personalmente una famiglia di ebrei!
E il governo fascista continuò ad attivarsi, in vari modi,
per la salvezza degli ebrei, tanto che lo stesso Eichmann,
memore degli smacchi e delle umiliazioni subite in precedenza
da parte del regime fascista, che aveva sempre rifiutato
la consegna degli ebrei, esasperato, scrisse una lettera
irritata che suona oggi come un involontario elogio
postumo alla Repubblica Sociale Italiana:
"Ci rammarichiamo vivamente nel constatare che l'ambasciata
di una repubblica fascista continui a interporre i suoi uffici
a favore degli ebrei."
Inoltre il governo della Repubblica Sociale Italiana, forzato
a istituire l'internamento degli ebrei nei campi di concentramento
a causa della presenza diretta dei tedeschi, pur volendo evitare
la loro deportazione, poteva ipotizzare che i nazisti sarebbero
ricorsi all'uso della forza, come in effetti poi fecero.
Ebbene, il governo fascista fece rendere pubblicamente noto,
in anticipo, addirittura per radio, il provvedimento di internamento
degli ebrei (che, per essere efficace, sarebbe dovuto rimanere
assolutamente segreto) consentendo loro di salvarsi, e provocando
sconcerto e rabbia da parte dei nazisti.
Rimane poi il fatto fondamentale, inconfutabile e incontrovertibile,
è cioè che più di quattro quinti degli ebrei italiani scamparono
allo sterminio (una percentuale più alta di salvati, in tutti
i Paesi europei, si riscontra solo in Danimarca!)
Mussolini, nell'empireo, perdona gli ebrei che non gli hanno
ancora innalzato un monumento nel centro di Solima,
e perdona persino la tua "crassa ignoranza"(Ipse dixit!)
e la tua ottusità ideologica....
Cordiali saluti.

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