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Bastiglia
(troppo vecchio per rispondere)
Rafminimi
2016-07-14 21:03:03 UTC
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Raw Message
Bastiglia
tratto da: Vittorio MESSORI, Pensare la storia. Una lettura cattolica
dell'avventura umana, Paoline, Milano 1992, p. 310-313.

Quattro falsificatori di moneta che se la diedero subito a gambe. Due pazzi
pericolosi che, scambiati per «filosofi» e, dunque acclamati sulle prime
come «vittime della repressione», furono rinchiusi, chiarito l'equivoco, in
un manicomio. Un maniaco sessuale: un giovane depravato allievo del marchese
de Sade, messo dietro le sbarre per richiesta della sua stessa famiglia.
Sette detenuti che sarebbe difficile definire «politici». Sette
«perseguitati» assai improbabili. Eppure, è sulle loro miserevoli spalle
che, da due secoli, grava il mito della presa della Bastiglia da parte del
popolo parigino, con conseguente liberazione di prigionieri che sarebbero
stati tragico simbolo dell'assolutismo monarchico. In realtà, i quattro
falsari, i due matti e il depravato erano i soli ospiti della
fortezza-prigione quando fu assalita, nella tarda mattinata del 14 luglio
1789.
La storiografia da manuale scolastico data ancora da quel giorno l'inizio
del "mondo nuovo". A duecento anni di distanza un grandioso corteo, con
rappresentanze di tutto il mondo, sfila a Parigi, per ricordare il giorno
glorioso, davanti a François Mitterrand (che della "Grande Révolution" si
considera figlio diretto e legittimo).
Sarà dunque bene vaccinarsi, una volta per tutte, con quei vigorosi antidoti
alla retorica che sono ironia e senso critico, del tutto legittimi davanti
al mix di ridicolo e di orrore che fu la vera «presa della Bastiglia».
Si sa che ogni rivoluzione ha bisogno vitale di un «mito di fondazione» che,
di solito, viene identificato in una «presa»: la «presa della Bastiglia», ma
anche la «presa» di Roma per il Risorgimento, la «presa del Palazzo
d'inverno» per il regime marx-leninista in Russia.
Quanto alla Pietroburgo del 1917, chi un poco frequenti la storia sa bene
che non ci fu alcuna «presa» e che la residenza della corte, abbandonata da
mesi dallo Zar, fu occupata da un piccolo gruppo di bolscevichi praticamente
senza colpo ferire. Realtà, naturalmente, ben diversa dai manifesti, dai
film, dalle cronache magniloquenti dei successivi settant'anni.
Quanto a Roma nel settembre del 1870, è noto che, ai suoi meno che
quindicimila uomini, Pio IX aveva dato l'ordine di «sottrarsi al contatto
con l'invasore, concentrandosi nella capitale». Così il papa al suo
comandante, generale Kanzler. Quando, a partire dal 18 settembre, Roma fu
assediata, l'ordine pontificio fu: «Il minimo di resistenza, possibilmente
senza alcuno spargimento di sangue, solo per significare al mondo che si
cede alla violenza. Appena aperta la breccia, alzare bandiera bianca e
inviare una delegazione per la resa». In effetti, in due giorni e due notti
di "assedio" non fu sparata che qualche fucilata casuale, con due morti e
qualche ferito. Aperta a Porta Pia la breccia, il 34° reggimento bersaglieri
si arrampicò sulle macerie. Vi fu un solo morto, il maggiore Pagliari che
era alla testa, per un colpo partito a un franco tiratore che aveva
disobbedito agli ordini, mentre i battaglioni pontifici si concentravano,
con le armi al piede, in piazza San Pietro. In dieci giorni di "guerra", i
60.000 soldati italiani di Raffaele Cadorna avevano perduto 32 uomini, morti
per incidenti vari compresi: una percentuale di 0,5 caduti ogni mille
soldati. Si sa che, in un qualunque week-end di oggi, i deceduti per
incidenti stradali sono proporzionalmente assai di più.
La «presa» della Bastiglia, al ridicolo aggiunse anche la crudeltà che,
purtroppo, in futuro avrebbe dato il suo frutto avvelenato. Ridicolo, il
fatto che in quel «simbolo dell'oppressione» non ci fossero che prigionieri
che elencavamo. Ma, ridicolo, anche il fatto che l'Assemblea Nazionale
rivoluzionaria manifestasse il suo solenne sdegno, quando le furono mostrate
«le orribili e sconosciute macchine da tortura» trovate all'interno della
fortezza. Fu esibito quello che il relatore, Dussault, presentò come «un
corsetto di ferro per stritolare le articolazioni». Nessuno osò dire che si
trattava di un'armatura medievale conservata nel museo di armi antiche che
proprio alla Bastiglia aveva sede. Si esibì anche «una macchina non meno
infernale e distruttiva», ma così segreta che non si riuscì a spiegare in
che modo torturasse. Saltò poi fuori che era una pressa sequestrata tre anni
prima a un tipografo che stampava pubblicazioni oscene.
Si proposero allo sdegno del popolo anche «le ossa degli sventurati,
giustiziati in segreto nelle celle». Pure qui, solo anni dopo qualcuno ebbe
il coraggio di ricordare che gli scheletri erano quelli dei suicidi parigini
che, non potendo essere sepolti in terra consacrata, erano deposti in un
cortiletto interno della fortezza. Fu infine compilata una lista ufficiale
dei "vincitori della Bastiglia": risultarono 954 nomi che, oltre a una
pensione vitalizia, ricevettero il diritto di portare una divisa con
l'insegna di una corona di gloria. Solo molto dopo un'inchiesta rigorosa
stabilì che, poiché agli eroi era stato permesso di testimoniare l'uno per
l'altro, senza alcun'altra prova, più della metà dei valorosi non aveva
partecipato al fatto.
Il ridicolo, certo: ma anche l'orrore per il seme di sangue che fu deposto
quel giorno e che dovrebbe rendere ancora più perplessi sull'opportunità
delle celebrazioni. Il governatore della Bastiglia de Launay, invitati a
pranzo i capi degli assalitori (e anche questo invito a mensa dà il clima
dell'"epica giornata"...), aveva ricevuto da essi la parola d'onore che,
arrendendosi senza difesa, avrebbe salvato la vita sua e degli "invalidi", i
vecchi soldati ai suoi ordini. Fu, invece, massacrato a tradimento. Si
chiese l'intervento di un garzone di macellaio (perché, dicono le fonti,
«sapeva lavorare le carni») per staccarne la testa dal busto e portarla in
processione infilzata su una picca. Altra macabra picca per la testa di
Flesselles, sindaco di Parigi, che era sopraggiunto per invitare alla calma.
Massacrati anche gli altri ufficiali della guarnigione, due invalidi
impiccati alle sbarre delle celle; altri torturati in vari modi tra cui il
taglio delle mani.
Così, proprio in quel 14 luglio dell'anno primo della Rivoluzione, si apriva
la diga degli orrori inenarrabili che sarebbero seguiti. Fu il primo sangue
dell'onda che avrebbe travolto la Francia e poi l'Europa. Al mondo d'oggi
che non tralascia occasione per gridare la sua avversione a ogni violenza,
per proclamare la necessità della pacifica tolleranza, c'è da chiedere se è
davvero il caso di fare così solenne festa per l'anniversario dell'inizio di
ciò che avrebbe portato al Terrore e al genocidio vandeano e poi all'Europa
spopolata dal "fils de la Révolution" per eccellenza, il Bonaparte.



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inbario
2016-07-31 11:12:02 UTC
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Raw Message
"Rafminimi" ha scritto nel messaggio news:nm8uke$mvj$***@gioia.aioe.org...

Bastiglia
tratto da: Vittorio MESSORI, Pensare la storia. Una lettura cattolica
dell'avventura umana, Paoline, Milano 1992, p. 310-313.

Quattro falsificatori di moneta che se la diedero subito a gambe. Due pazzi
pericolosi che, scambiati per «filosofi» e, dunque acclamati sulle prime
come «vittime della repressione», furono rinchiusi, chiarito l'equivoco, in
un manicomio. Un maniaco sessuale: un giovane depravato allievo del marchese
de Sade, messo dietro le sbarre per richiesta della sua stessa famiglia.
Sette detenuti che sarebbe difficile definire «politici». Sette
«perseguitati» assai improbabili. Eppure, è sulle loro miserevoli spalle
che, da due secoli, grava il mito della presa della Bastiglia da parte del
popolo parigino, con conseguente liberazione di prigionieri che sarebbero
stati tragico simbolo dell'assolutismo monarchico. In realtà, i quattro
falsari, i due matti e il depravato erano i soli ospiti della
fortezza-prigione quando fu assalita, nella tarda mattinata del 14 luglio
1789.
La storiografia da manuale scolastico data ancora da quel giorno l'inizio
del "mondo nuovo". A duecento anni di distanza un grandioso corteo, con
rappresentanze di tutto il mondo, sfila a Parigi, per ricordare il giorno
glorioso, davanti a François Mitterrand (che della "Grande Révolution" si
considera figlio diretto e legittimo).
Sarà dunque bene vaccinarsi, una volta per tutte, con quei vigorosi antidoti
alla retorica che sono ironia e senso critico, del tutto legittimi davanti
al mix di ridicolo e di orrore che fu la vera «presa della Bastiglia».
Si sa che ogni rivoluzione ha bisogno vitale di un «mito di fondazione» che,
di solito, viene identificato in una «presa»: la «presa della Bastiglia», ma
anche la «presa» di Roma per il Risorgimento, la «presa del Palazzo
d'inverno» per il regime marx-leninista in Russia.
Quanto alla Pietroburgo del 1917, chi un poco frequenti la storia sa bene
che non ci fu alcuna «presa» e che la residenza della corte, abbandonata da
mesi dallo Zar, fu occupata da un piccolo gruppo di bolscevichi praticamente
senza colpo ferire. Realtà, naturalmente, ben diversa dai manifesti, dai
film, dalle cronache magniloquenti dei successivi settant'anni.
Quanto a Roma nel settembre del 1870, è noto che, ai suoi meno che
quindicimila uomini, Pio IX aveva dato l'ordine di «sottrarsi al contatto
con l'invasore, concentrandosi nella capitale». Così il papa al suo
comandante, generale Kanzler. Quando, a partire dal 18 settembre, Roma fu
assediata, l'ordine pontificio fu: «Il minimo di resistenza, possibilmente
senza alcuno spargimento di sangue, solo per significare al mondo che si
cede alla violenza. Appena aperta la breccia, alzare bandiera bianca e
inviare una delegazione per la resa». In effetti, in due giorni e due notti
di "assedio" non fu sparata che qualche fucilata casuale, con due morti e
qualche ferito. Aperta a Porta Pia la breccia, il 34° reggimento bersaglieri
si arrampicò sulle macerie. Vi fu un solo morto, il maggiore Pagliari che
era alla testa, per un colpo partito a un franco tiratore che aveva
disobbedito agli ordini, mentre i battaglioni pontifici si concentravano,
con le armi al piede, in piazza San Pietro. In dieci giorni di "guerra", i
60.000 soldati italiani di Raffaele Cadorna avevano perduto 32 uomini, morti
per incidenti vari compresi: una percentuale di 0,5 caduti ogni mille
soldati. Si sa che, in un qualunque week-end di oggi, i deceduti per
incidenti stradali sono proporzionalmente assai di più.
La «presa» della Bastiglia, al ridicolo aggiunse anche la crudeltà che,
purtroppo, in futuro avrebbe dato il suo frutto avvelenato. Ridicolo, il
fatto che in quel «simbolo dell'oppressione» non ci fossero che prigionieri
che elencavamo. Ma, ridicolo, anche il fatto che l'Assemblea Nazionale
rivoluzionaria manifestasse il suo solenne sdegno, quando le furono mostrate
«le orribili e sconosciute macchine da tortura» trovate all'interno della
fortezza. Fu esibito quello che il relatore, Dussault, presentò come «un
corsetto di ferro per stritolare le articolazioni». Nessuno osò dire che si
trattava di un'armatura medievale conservata nel museo di armi antiche che
proprio alla Bastiglia aveva sede. Si esibì anche «una macchina non meno
infernale e distruttiva», ma così segreta che non si riuscì a spiegare in
che modo torturasse. Saltò poi fuori che era una pressa sequestrata tre anni
prima a un tipografo che stampava pubblicazioni oscene.
Si proposero allo sdegno del popolo anche «le ossa degli sventurati,
giustiziati in segreto nelle celle». Pure qui, solo anni dopo qualcuno ebbe
il coraggio di ricordare che gli scheletri erano quelli dei suicidi parigini
che, non potendo essere sepolti in terra consacrata, erano deposti in un
cortiletto interno della fortezza. Fu infine compilata una lista ufficiale
dei "vincitori della Bastiglia": risultarono 954 nomi che, oltre a una
pensione vitalizia, ricevettero il diritto di portare una divisa con
l'insegna di una corona di gloria. Solo molto dopo un'inchiesta rigorosa
stabilì che, poiché agli eroi era stato permesso di testimoniare l'uno per
l'altro, senza alcun'altra prova, più della metà dei valorosi non aveva
partecipato al fatto.
Il ridicolo, certo: ma anche l'orrore per il seme di sangue che fu deposto
quel giorno e che dovrebbe rendere ancora più perplessi sull'opportunità
delle celebrazioni. Il governatore della Bastiglia de Launay, invitati a
pranzo i capi degli assalitori (e anche questo invito a mensa dà il clima
dell'"epica giornata"...), aveva ricevuto da essi la parola d'onore che,
arrendendosi senza difesa, avrebbe salvato la vita sua e degli "invalidi", i
vecchi soldati ai suoi ordini. Fu, invece, massacrato a tradimento. Si
chiese l'intervento di un garzone di macellaio (perché, dicono le fonti,
«sapeva lavorare le carni») per staccarne la testa dal busto e portarla in
processione infilzata su una picca. Altra macabra picca per la testa di
Flesselles, sindaco di Parigi, che era sopraggiunto per invitare alla calma.
Massacrati anche gli altri ufficiali della guarnigione, due invalidi
impiccati alle sbarre delle celle; altri torturati in vari modi tra cui il
taglio delle mani.
Così, proprio in quel 14 luglio dell'anno primo della Rivoluzione, si apriva
la diga degli orrori inenarrabili che sarebbero seguiti. Fu il primo sangue
dell'onda che avrebbe travolto la Francia e poi l'Europa. Al mondo d'oggi
che non tralascia occasione per gridare la sua avversione a ogni violenza,
per proclamare la necessità della pacifica tolleranza, c'è da chiedere se è
davvero il caso di fare così solenne festa per l'anniversario dell'inizio di
ciò che avrebbe portato al Terrore e al genocidio vandeano e poi all'Europa
spopolata dal "fils de la Révolution" per eccellenza, il Bonaparte.



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Messori è un somaro la Bastiglia venne assalita e poi demolita perchè
rappresentava il potere assoluto della monarchia potere che si voleva
abbattere, non certo per liberare i detenuti...










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