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La verità dei partigiani: delinquenti
(troppo vecchio per rispondere)
Aldo G.
2006-11-15 10:29:58 UTC
RIVELAZIONI/1
Dagli Archivi del Ministero dell'Interno escono nuovi documenti sui crimini
commessi nel dopoguerra: dai sette fratelli Govoni alla famiglia Manzoni di
Lugo, fino al caso della corriera pontificia scomparsa

Delitti partigiani: ecco le nuove prove

http://www.db.avvenire.it/avvenire/edizione_2006_11_08/articolo_697886.html

L'industriale Giuseppe Verdieri a Reggio Emilia, l'agricoltore Claudio Ropa,
Giovanni Biandrate, ucciso per rapina. Fino alle rappresaglie sui familiari
dei fascisti, come nel caso di Giuseppe Martini



Di Paolo Simoncelli

È rimasto un fotogramma celebre nella storia della cinematografia quello, in
Tiro al piccione di Montaldo (dal romanzo di Giose Rimanelli),
dell'assassinio del marò che, colpito alla fronte da partigiani, rimbalza
sul letto di un ospedale della Valsesia dov'era ricoverato; fotogramma non
frutto della fantasia politicamente segnata dall'esperienza repubblichina
dell'autore. È accaduto infatti altre volte, anche oltre quelle già
ricordate da Giampaolo Pansa, e sempre con lo stesso documentato copione:
partigiani che entrano di soppiatto in ospedali per andarvi a eliminare dei
ricoverati feriti, con o senza il garbo del silenziatore, ma facendo
rimbombare, come in quel di Massalombarda, gli spari a bruciapelo (dalla
relazione del prefetto risulta che in questo caso, a carico di alcuni dei
responsabili, scoperti solo nel '51, erano in corso già altri procedimenti
penali «per fatti di sangue consumati nel periodo post-bellico per vendetta
personale e a scopo di rapina, camuffati da movente politico»).

Le polemiche innescate dalla Grande bugia spingono a rileggere fonti,
soprattutto dall'archivio di gabinetto del Ministero degli Interni, per
verificare assunti e contenuti della recente "trilogia" di Pansa. Si tratta
di documenti che mostrano ancora per la prima metà degli anni '50 prefetture
e corti d'assise continuamente chiamate a far luce su omicidi e stragi
spesso ignote; o, se note, già spacciate per azioni di guerra partigiana
senza che lo fossero, e in qualche caso già giudicate. Riemergono così molte
vicende conosciute e pur sempre agghiaccianti della resistenza: i massacri
di prigionieri nelle carceri di Schio e di Comacchio, l'eccidio della
famiglia Manzoni a Lugo, l'eliminazione dei sette fratelli Govoni (specchio
tragico, dall'altra parte della barricata, dei fratelli Cervi), o la vicenda
della "corriera scomparsa": una corriera della Pontificia commissione di
assistenza con tanto di lasciapassare del Cln, fermata a Concordia d alla
polizia partigiana che eliminò decine e decine di passeggeri, forse una
sessantina, occultandone i cadaveri; riaffiorati casualmente a distanza di
anni da terreni limitrofi provocarono un eloquente intervento del quotidiano
comunista "La Repubblica d'Italia" del 9 novembre '48: «I cadaveri non ci
sono, bisogna fabbricarli. Violate numerose tombe per trovare salme da
spacciare per quelle dei presunti giustiziati», insinuando piuttosto che la
chiave del mistero fosse nel Vaticano!
La rilettura di tante circostanze ha origini documentarie diverse. Da un
lato, lettere di familiari disperati alle autorità giudiziarie o di polizia
per la ricerca di congiunti «prelevati e scomparsi»; addirittura speranza
drammatica della notizia di morte di un marito per avere i pochi spiccioli
di una pensione impedita altrimenti dalla sola notizia di «prelevamento e
scomparsa»; circostanze che spingono la stessa magistratura a sollecitare
indagini di polizia «sia per la posizione di numerose vittime tuttora
considerate soltanto come "scomparse", sia per gli interessi economici e
patrimoniali delle loro famiglie». E che portano progressivamente alla
scoperta di un numero elevato di eccidi di cui non si aveva notizia.
Dall'altro, continue, macabre scoperte in campi arati da contadini di
ammassi di cadaveri; scheletri che compaiono da rogge e forre; «scomparsi»,
ormai irriconoscibili, che emergono da stagni e canali; fosse comuni
disvelate da lavori di scavo o di sterro. Ben oltre il 1945, ben oltre
l'amnistia Togliatti del giugno '46 e le altre (dimenticate) che dal '49 si
sono succedute, e che obbligano la magistratura a continui interventi,
spesso al riesame della natura di un altissimo numero di omicidi fatti
passare come politici per farli rientrare nell'amnistia Togliatti (con
corredo quindi di false testimonianze, falsi rapporti e intimidazioni a mano
armata di testi), ma che iniziano a rivelare ben altra realtà; senza per
questo che alla magistratura giudicante si possa imput are alcun tipo di
soggezione al potere politico: condanne e assoluzioni per il carattere
militare anche violento o atroce di un'azione partigiana, si sarebbero
equanimemente distribuite. Occorre però non di rado che debitori, per giunta
sentimentalmente traditi, diventino giustizieri partigiani (a Reggio Emilia
nel giugno '46 ne fa le spese un industriale locale, Giuseppe Verdieri).
Dirigenti d'azienda, industriali, ingegneri. spesso non rientrano nemmeno
all'interno d'una possibile casistica di «lotta di classe» (come occorso
invece, per confessione dell'omicida, ad un agricoltore del bolognese,
Claudio Ropa, ucciso «solo perché era un signore»); la loro eliminazione
fisica ha cause in rapine o al più in rancori aziendali. Motivazioni come «a
scopo rapina e vendetta personale» appaiono in continuazione nei rinvii a
giudizio di ex partigiani comunisti o sedicenti tali: in provincia di
Brescia, sette persone che dicevano di far parte d'una banda partigiana e di
star sui monti a far la resistenza, vivevano invece «presso le rispettive
famiglie», radunandosi solo per estorsioni, seguite da omicidio, che
spacciavano per azioni dirette a «vettovagliare la formazione»; fecero però
puntualmente la loro comparsa ufficiale «nei giorni della liberazione»,
assumendo poteri nell'amministrazione pubblica, anche della giustizia, nella
zona meridionale della provincia. Non si tratta solo di imputazioni. Spesso
è giudizio della magistratura; spesso è confessione degli autori: e a
distanza di anni dagli omicidi se ne rinvengono le salme e i responsabili: a
Novara nel febbraio '53 un ex partigiano garibaldino finisce per confessare
l'assassinio di Giovanni Biandrate, commesso il 9 luglio '45, per rapinarlo.
Poche migliaia di lire, financo una bicicletta agiscono da innesco
dell'«azione partigiana»; a Milano un carabiniere viene «prelevato» e poi
assassinato nel maggio '45: nella «cassettina murata» forzata e prelevata
dalla sua abitazione c'erano 500 mila lire; più che sufficienti p er un
omicidio e per far aumentare il numero dei «fascisti giustiziati». Figurarsi
le rappresaglie sui familiari dei fascisti veri: ad Ovada, in provincia di
Alessandria, in assenza di Alessandro Martini (già triunviro del locale
fascio repubblicano) nascosto altrove, viene prelevato e ammazzato il
figlio, Giuseppe, studente che «non risulta appartenesse ad organizzazioni
militari o politiche dell'epoca, né fosse comunque compromesso con i
nazi-fascisti». C'è da immaginarsi cosa abbiano svelato le inchieste
relative alle efferatezze commesse nel vercellese dalle bande comuniste agli
ordini di Moranino: estorsioni, rapine e omicidi politicamente affatto
ingiustificati, ma soprattutto guerra alle bande partigiane non comuniste
con eliminazione dei relativi capi; figurarsi dopo il 25 aprile: nei venti
giorni seguenti, fino cioè al 15 maggio, in quella sola zona risultarono
eliminate 300 persone (spesso con modalità atroci), non di rado per «rancori
personali».
(1, continua)
donquixote
2006-11-19 21:18:30 UTC
Post by Aldo G.
RIVELAZIONI/1
Dagli Archivi del Ministero dell'Interno escono nuovi documenti sui crimini
commessi nel dopoguerra: dai sette fratelli Govoni alla famiglia Manzoni di
Lugo, fino al caso della corriera pontificia scomparsa
Avevo già avuto modo di parlare di recente del caso della colonia di
Rovegno:

"Un altro caso è quello della colonia montana di Rovegno. Altrove i governi
post-bellici hanno sprecato il denaro pubblico nelle "cattedrali nel
deserto", qui hanno lasciato nell'abbandono un "gioiello nella foresta"
appenninica.
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Durante la guerra l'edificio fu occupato dai partigiani, e trasformato in
luogo di tortura e di morte

http://www.italia-rsi.org/arpabirmana/arpabirrovegno.htm

Sulla lapide piccola c'è scritto che la lapide grande, ora ricollocata
nuova, era stata distrutta un paio di anni fa da vandali anonimi (si fa per
dire.....):
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Sui massacri compiuti dai partigiani a guerra finita si è taciuto per più di
cinquanta anni, e se ne parla ora, solo perché sta venendo meno l'egemonia
culturale della sinistra, e soprattutto perchè ne ha parlato uno studioso di
sinistra, Giampaolo Pansa.....
Secondo i dati "ufficiali", e secondo l'opinione di Pansa, dopo la fine
della guerra vennero ammazzate, per motivi politici legati alla guerra
civile, circa 17.000 persone. Questo fatto costituirebbe di per sé
un'infamia spaventosa, che dovrebbe essere oggetto di pubblica deprecazione
e di solenne pentimento. E invece praticamente nessuno ne è mai parlato per
più di mezzo secolo....
Ma la cosa ancora più grave è che il numero delle vittime che ho indicato è
assolutamente sottodimensionato. Già Ferruccio Parri, il leader del Comitato
di Liberazione Nazionale, riconobbe in una intervista che le vittime delle
stragi resistenziali del dopoguerra erano superiori alle 30.000, mentre
altri studiosi hanno valutato il loro numero in 50-60.000.
Tranne alcune eccezioni, le vittime possono essere sostanzialmente
classificate nelle seguenti categorie:
-furono massacrati fascisti che non avevano altra colpa se non quella di
essere tali (cioè di credere nel fascismo), e che non avevano commesso
alcuna efferatezza, crimine o reato.
-furono massacrate persone che erano state, o potevano essere considerate
fasciste in via del tutto indiretta, che si erano cioè trovate nella
necessità pratica di militare nelle forze armate e di polizia, o
nell'amministrazione, della Repubblica Sociale Italiana.
-furono massacrati i parenti di coloro che erano, o erano considerati,
fascisti.
-furono massacrate persone "identificate" come fasciste senza che vi fosse
alcun rapporto diretto di conoscenza, cioè personale, tra di esse e i loro
massacratori, perchè esse si trovarono casualmente a transitare, tornando ai
loro luoghi di residenza, nella zona nella quale furono uccise (come nel
caso della "corriera della morte" di San Possidonio, che coinvolse 60
persone).
-furono massacrate persone che non avevano avuto alcun rapporto, diretto o
indiretto, col fascismo, ma solo in quanto "borghesi" (e quindi "nemici di
classe", da considerarsi ideologicamente assimilabili ai fascisti) e
cattolici (tra questi diversi sacerdoti).
Il Partito Comunista Italiano si assunse spesso pubblicamente la difesa di
ufficio dei massacratori, contestando non il compimento dei delitti, ma la
"punibilità" degli autori degli stessi, per i loro pregressi "meriti
resistenziali" (ad esempio "L'Unità" difendeva con simili argomenti i
componenti della famigerata "Volante rossa"). Il PCI inoltre spesso appoggiò
e, soprattutto, aiutò concretamente gli autori dei massacri a sottrarsi alla
cattura e ai relativi processi, facendoli espatriare nei Paesi dell'est
(come nel caso dei fratelli Govoni).
Della vicenda dei fratelli Cervi si è sempre, giustamente, parlato molto.
Nel 1968 se ne è persino tratto un film, "I sette fratelli Cervi", con
interpreti illustri (Gian Maria Volontè, Carla Gravina, Lisa Gastoni) e non
(Don Backy, Renzo Montagnani). Fino a tempi recenti non si è quasi mai
parlato, per bassi motivi politico-ideologici, della vicenda dei 7 fratelli
Govoni, uccisi in blocco solo perchè due di essi avevano aderito alla
Repubblica Sociale Italiana.
I responsabili del massacro (che non scontarono la pena, perchè il PCI aveva
provveduto a farli espatriare clandestinamente in Cecoslovacchia) sono:
Luigi Borghi (detto "Ultimo"), comandante del distretto di Castel Maggiore
della VII brigata Gap Gianni Garibaldi; Vittorio Caffeo (detto "Drago")
partigiano nella II brigata Paolo; Viviano Bertuzzii (detto"Zampo"),
partigiano prima nella IV brigata Venturoli Garibaldi, poi nella II brigata
Paolo; Delmo Benini (detto"Gino") partigiano nella II brigata Paolo. L'8
febbraio del 1953 i giudici del Tribunale di Bologna, dopo 23 ore di camera
di consiglio, li condannarono all'ergastolo. I quattro erano stati giudicati
colpevoli, tra l'altro, di avere prima torturato e poi assassinato la
famiglia Govoni, e molti altri sventurati.
I Govoni erano una famiglia contadina che abitava nella campagna di
Argelato, un paese della bassa bolognese. I fratelli Dino, Marino, Emo,
Giuseppe, Augusto, Primo e Ida (una ragazza sposata da poco, madre di Paola,
una bambina di due mesi) vennero prelevati da un gruppo di partigiani tra il
10 e l'11 maggio 1945. Il giorno seguente, per opera degli stessi
partigiani, vennero prelevati da San Giorgio altre 10 persone, tra le quali
il tenente Giacomo Malaguti. Come si legge nella sentenza del Tribunale di
Bologna "i prelevati, uno alla volta, cominciando dai fratelli Govoni,
furono portati davanti alla stalla, ivi spogliati di ogni loro avere e
quindi introdotti nella stalla stessa. Durante gli interrogatori, che
durarono alcune ore, i prigionieri furono sottoposti a maltrattamenti e
sevizie. Man mano che uscivano dalla stalla venivano rinchiusi in un'altra
piccola stalla dello stesso fabbricato." Alcuni morirono per le sevizie
subite, altri per strangolamento. La cosa più incredibile è che la sentenza,
pronunciata l'8 febbraio 1953, comminava la pena (che, come ho ricordato, i
colpevoli riuscirono a eludere) solo in relazione all'assassinio del tenente
Giacomo Malaguti, perchè, in relazione a tutte le altre vittime, si era
applicata l'amnistia fatta promulgare da Palmiro Togliatti quando ricopriva
l'incarico di ministro della Giustizia....
Dopo la fine della guerra i partigiani furono responsabili di sevizie,
stupri, torture, stragi, massacri che coinvolsero decine di migliaia di
persone: fascisti, parenti di fascisti, amici di fascisti, sospetti
fascisti, e pure non fascisti, in quanto "borghesi" e cattolici. Per la
quantità di persone che ha coinvolto, e per le modalità con cui è stato
realizzato, si tratta senza dubbio del crimine più grave mai verificatosi in
tutta la storia d'Italia. Eppure per più di cinquanta anni si è fatto in
modo che non se ne parlasse a livello pubblico e massmediale. Per decenni
gli unici che ne hanno parlato sono stati storici bollati come
"revisionisti", alle cui opere veniva negato ogni rilievo pubblico, con la
scusa....che erano revisionisti. E oggi questo tema è diventato di dominio
pubblico solo perché il muro censorio del silenzio è stato rotto da
Giampaolo Pansa, uno studioso di sinistra, e soprattutto perché sta ormai
crollando il muro di Berlino storiografico eretto in decenni di egemonia
culturale della sinistra: finalmente le opere di storia incominciano ad
essere valutate anche per il loro contenuto, e non solo in base a pregiudizi
ideologici di parte.
I massacri si svolsero prevalentemente nei mesi successivi alla conclusione
della guerra, ma le uccisioni gratuite, soprattutto in certe zone d'Italia,
si protrassero per diversi anni, tanto che Pio XII, ancora nel 1949, nel suo
Messaggio della vigilia di Natale "Non mai forse", si riferì ad esse, per
condannarle, così come condannò le leggi straordinarie varate dalla
repubblica italiana nei confronti dei fascisti, perché emanate non per
punire delitti comuni, ma per intolleranza, e per odio ideologico:
"Quando in tempi recenti, prendendo a motivo una guerra sfortunata o colpe
politiche, si scatenarono ondate di rappresaglie, sconosciute finora nella
storia almeno per il numero delle vittime, il Nostro cuore fu invaso da
acerbo dolore, non solo per la sventura che moltiplicava le sventure e
gettava nel lutto migliaia di famiglie spesso innocenti, ma perché con sommo
rammarico vi vedevamo la tragica testimonianza dell'apostasia dallo spirito
cristiano.
Chi vuol essere sinceramente cristiano deve saper perdonare. «Servo
iniquo... - ammonisce la parabola evangelica (Mt 18,33) -, non dovevi anche
tu aver pietà di un tuo conservo, come io ho avuto pietà di te?».
La carità e la misericordia, allorché soccorrono equi motivi, non
contrastano col dovere della retta amministrazione della giustizia, bensì
l'imprudente intolleranza e lo spirito di rappresaglia, soprattutto quando
la vendetta sia esercitata dal pubblico potere contro chi ha piuttosto
errato che peccato, o quando la stessa pena meritatamente inflitta si
prolunghi oltre ogni limite ragionevole.
Ispiri il Signore consigli di riconciliazione e di concordia a quanti sono
investiti di pubbliche responsabilità, e, senza pregiudizio del bene comune,
si ponga fine a quei residui di leggi straordinarie, che non riguardano i
delitti comuni meritevoli di giusta punizione, e che, dopo lunghi anni dalla
cessazione del conflitto armato, provocano in tante famiglie e in tanti
individui sensi di esasperazione contro la società in cui sono costretti a
soffrire."
Tra l'altro, nel 1947, Pio XII commissionò il compimento della cosiddetta
"Porta della morte" nella facciata della basilica di san Pietro, desiderando
che in essa uno scomparto fosse dedicato alla "Morte per violenza", per
ricordare i massacri del dopoguerra, e lo scempio del corpo di Mussolini a
piazzale Loreto.
Il concorso fu vinto da Giacomo Manzù, scultore valente, ma ateo e
comunista, già autore di retorici monumenti antifascisti, che cercò di
alterare il tema artistico propostogli secondo i propri intendimenti, ma
dovette comunque sostanzialmente rispettare il soggetto prefissato.
L'opera potè essere completata solo nel 1964, poco dopo la morte di Giovanni
XXIII, il quale venne così scolpito inginocchiato di fronte all'immagine
dell'Uomo provvidenziale.

http://tinyurl.com/y6sqbx

I partigiani, operando lo scempio di piazzale Loreto, credevano di
oltraggiare la figura di Mussolini, senza rendersi conto che quello
spettacolo orrendo li poneva in una pessima luce, e poteva anche suscitare
richiami analogici molto illustri. Un sacerdote che aveva coraggiosamente
militato nella Repubblica Sociale Italiana, pochi giorni dopo la fine della
guerra andò a trovare un sacerdote "attendista". Quest'ultimo gli disse
ironicamente: "Hai visto la fine che hanno fatto fare al tuo Mussolini?"
L'altro rispose, indicando il Crocifisso che si trovava alle spalle del
"collega": "E tu, hai visto la fine hanno fatto fare a Lui?".
Post by Aldo G.
Delitti partigiani: ecco le nuove prove
http://www.db.avvenire.it/avvenire/edizione_2006_11_08/articolo_697886.html
Post by Aldo G.
L'industriale Giuseppe Verdieri a Reggio Emilia, l'agricoltore Claudio Ropa,
Giovanni Biandrate, ucciso per rapina. Fino alle rappresaglie sui familiari
dei fascisti, come nel caso di Giuseppe Martini
I prodi partigiani spesso facevano in modo da fare sparire i cadaveri di
coloro che eliminavano proditoriamente, a guerra finita. Ancora oggi, dopo
più di sessanta anni tantissime famiglie non sono riuscite a recuperare le
spoglie dei loro cari.
Nei cimiteri è raro trovare tombe che si riferiscono a quelle vicende.
Nel cimitero Monumentale di Milano vi è la tomba di Gino Parrini, volontario
della RSI, che fu ammazzato a sedici anni, insieme a centinaia di suoi
giovanissimi commilitoni, a guerra finita. Alla compagnia alla quale
apparteneva Gino fu chiesta la resa, con la promessa che non sarebbe stato
loro torto un capello. Promesse da partigiani...
Prima di essere ammazzati, i ragazzi furono malmenati e torturati. Anche per
questo i partigiani cercavano di fare sparire i cadaveri degli uccisi, e
minacciavano di morte coloro che conoscevano il luogo del seppellimento. I
genitori di Gino, che ora riposano insieme a lui al Monumentale, impiegarono
due anni e mezzo per riuscire a recuperare il cadavere del figlio, la cui
testa risultava fratturata in più punti.......
I ragazzi venivano fucilati in massa, come delle bestie. Giorgio Albertazzi,
che, anch'egli giovanissimo, scampò per poco a una sorte simile a quella di
Gino, ricorda nella sua autobiografia "Un perdente di successo", ed.
Rizzoli, le modalità con le quali si svolgevano i massacri:
"Erano partigiani delle Brigate Garibaldine, con i fazzoletti rossi al
collo.
C'era un casolare poco distante.
Urlavano. Improvvisamente apparvero i morti, saranno stati
sessanta settanta cadaveri, a mucchi sparsi. Contro i muri della casa erano
allineati altri ragazzi come noi (soldati? civili? reduci?) e i partigiani a
gruppetti gridando e spingendo li ammucchiavano e li fucilavano." "Ci misero
in fila accanto ad altri che si pisciavano addosso e si cacavano sotto
letteralmente dalla paura. I fucilatori partivano dalla destra della fila e
cominciavano a falciare. Qualcuno non moriva subito e scappava via con un
braccio o una gamba a brandelli urlando("mamma, mamma") e quelli lo
inseguivano e lo stendevano: uno di loro, sempre lo stesso (con un
berrettino verde con la visiera da carrista, e la sigaretta in bocca) dava
il colpo di grazia. C'era puzza di merda e odore forte di sangue. Me ne
stavo appoggiato al muro.
Accanto a me, dopo di me rispetto alla direzione dei
fucilatori, c'era Angelo, che mi disse: "A diciotto anni!". "Sta zitto"
risposi"c'è tempo". Non so come mi venne. Poi (l'arte viene sempre prima
della vita) avrei ritrovato nell'"Idiota" di Dostoievski questa
straordinaria dilatazione del tempo, come un improvviso zoom indietro che
dilati il tempo e lo spazio."
"Ero tanto impegnato in questa escursione mentre la mano
sinistra sudata di Angelo stringeva la mia mano destra, che non mi accorsi
dell'arrivo di una jeep con degli ufficiali italiani a bordo e uno, un
capitano, che gridava: "Macellai! Vi faccio fucilare tutti!" rivolto ai
partigiani: "Non sapete nemmeno chi sono! C'e'gente che viene dai campi
tedeschi e li fate fuori come maiali, perdio!" urlava e agitava un bastone
da passeggio. Soltanto allora guardai la fila dei fucilandi e li contai: c'e
n'erano soltanto sette prima di me e Angelo".

Nel suo diario Gino aveva scritto, in climax, i valori nei quali credeva (e
che oggi vengono spesso negati, scherniti e ridicolizzati):
"Patria-Famiglia-Dio" e la frase: "La fede e la vita sono una cosa sola: né
l'una né l'altra si vendono".

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